domenica 29 gennaio 2012

Lettera aperta a Romeo Castellucci

Egregio Signor Castellucci,
ieri sera sono riuscita finalmente a vedere il suo spettacolo "Sul concetto di volto nel figlio di dio". Mi era sfuggito a Parigi ed ero contenta di avere l'opportunità di vederlo infine a Milano. Nel frattempo ho firmato petizioni per la libertà dell'arte, a favore dello spettacolo e ho seguito, più o meno, il dibattito creato.
Fuffa, mi sia consentito. Come lei ha ribadito più e più volte, il suo spettacolo non è affatto blasfemo, cosa che comunque non sono certa mi avrebbe disturbato, sono un'atea anche vagamente "mangiapreti", tuttavia il suo spettacolo mi ha "sconvolta". E, per una volta non abuso di questa parola, ieri sera ero proprio sconvolta.
Purtroppo si è fatto un gran parlare del volto del Cristo di Antonello da Messina sulla tela di fondo, sulla presunta blasfemia, sulle proteste degli stupidi, sull'ingerenza della Chiesa etc. Dello spettacolo in sé, invece, si è parlato poco. Confesso che sono riuscita a reggerlo soltanto per tre quarti, tra lacrime e singhiozzi, poi, sono uscita dalla sala (sbirciando, un paio di volte, dopo essere riuscita a frenare lacrime e singhiozzi, per vedere come procedeva). Sono stata l'unica persona a farlo, a uscire, intendo, (vero è che la scena è più frequente a Parigi: non ricordo di aver mai visto qualcuno in Italia uscire nel bel mezzo di una pièce). Viceversa non sono stata l'unica a piangere o a singhiozzare.
Il fatto che la sua pièce "sconvolga", probabilmente, è un attestato di merito. Si potrebbe dire che il messaggio arriva. Ma è precisamente di questo che non sono sicura. Personalmente non sono riuscita a capire cosa volesse dirci, mi sfugge il significato della sua pièce. Forse le sue ragioni sono di ordine personale, dunque, non mi permetto di chiedere alcunché su questo aspetto. Solo, e me ne scuso, tengo a farle sapere che a me ha fatto, credo inutilmente, molto molto male. E temo che anche ad altri sia accaduto qualcosa di simile. Senza entrare nel dettaglio, in meno di un'ora, ieri sera, ho fatto un balzo indietro di due lustri: mio padre è morto una decina di anni fa e, appena da qualche mese, sono riuscita a non vedere più, quale prima immagine di lui, l'essere fragile da accudire come un bambino che è stato negli ultimi mesi di vita. Da poco, troppo poco, pensando a lui evocavo prima di tutto quel papà bello, forte, pieno di vita, di entusiasmo etc. etc. che ho avuto e che merita, come ciascun essere umano, di essere ricordato al meglio. Poi, ieri sera, il suo spettacolo ha ritirato fuori l'angoscia tutta insieme. E, confesso, gliene voglio. Soprattutto perché nella sua pièce non c'è catarsi, ergo non si riesce a purificarsi, a fare ammenda, a elevarsi, tutto rimane lì, non è neppure un maglio, solo una sofferenza indicibile. Probabilmente ad altri servirà, probabilmente è un monito utile per tanti spettatori, per me è stato devastante. Spero sinceramente che sia una sorta di denuncia la sua e che il volto del Cristo, l'invocazione al figlio di dio, il riferimento al pastore etc. siano davvero funzionali all'opera e non una pura operazione di marketing.
Certa, come lo sono sempre stata, che l'arte, come l'espressione e, più in generale, l'umanità, debba essere libera, la saluto con rispetto
paola vallatta

sabato 12 novembre 2011

C'era una volta un bel comune rosso

Salviamo il salvabile (vedi post precedente).
Questo post mi sembra (mi sembra, neh) meriti di essere letto ancor oggi. Se cliccate sul titolo trovate l'originale con i commenti. In ogni caso:

mercoledì, 23 aprile 2008

Scendete dai cavalli, trattenete le mute: non ho intenzione di parlare di Sesto San Giovanni e, se è solo per questo, neppure d'Italia. Voglio parlarvi di Montreuil, cittadina alle porte di Parigi, sospetta di "boboizzazione" selvaggia (dove per boboizzazione si intende l'invasione dei bobo, bourgeois bohémiens, borghesi ma a sinistra). La conferma della boboizzazione? Le ultime elezioni hanno premiato i verdi (tesi: i bobo stanno a sinistra sì ma non troppo) al posto dei comunisti. Peccato che la tesi sia fasulla. E ancora più peccato per me ché, visto che non si tratta di boboizzazione, l'elegante rivista patinata che voleva presentare Montreuil come buen retiro bobo non sia più interessata all'argomento (né alla verità).
E ora la storia. Montreuil è, ed è rimasta, una cittadina popolare. Quando si scende al capolinea della linea 9 della metropolitana alla Mairie de Montreuil, cioè al municipio, di tipica architettura fascista (è del 1935), non si può fare a meno di notare che i volti colorati superano in numero quelli bianchi: come in tutte le banlieues non ricche, a Montreuil abitano moltissimi immigrati, provenienti dai paesi più diversi. C'è un'importante comunità ebraica e una, ancor più importante, islamica.
La cittadina è fiera della sua storia, della sua chiesa del XII secolo in cui fu battezzato Carlo V, tanto per iniziare, delle sue radici nel lavoro: anima rurale prima, poi, dalla rivoluzione industriale, operaia. Le banlieues si formano appunto nel XIX secolo, sono i luoghi dove vivono operai e immigrati (dal primo dopoguerra Montreuil ha conosciuto una forte immigrazione polacca, italiana e poi algerina).
Le "nuove popolazioni" arrivano invece con la delocalizzazione delle fabbriche; a Montreuil rimangono grandi capannoni vuoti che cominciano a essere occupati da artisti. Poi, una decina di anni fa, cominciano ad arrivare pure i bobo, per natura amanti dei loft e in cerca di luoghi a prezzi meno proibitivi di quelli della capitale. Il fenomeno della "boboizzazione", dunque, non è nuovo. Ed è reale.
A Montreuil mi hanno tuttavia offerto una lettura molto diversa del voto alle recenti municipali (quando il sindaco Brard, ex comunista, ha perso dopo 24 anni di potere - e 70 di sindaci comunisti - contro la verde Dominique Voynet) rispetto a quella di Andres Perez (che a Montreuil ha dedicato un articolo su Publico, ripreso dal Corriere Internazionale): gli elettori a Montreuil sono soltanto 49 mila e decisivi per Voynet sarebbero stati 3.000 voti della destra e 1.000 voti di islamici integralisti. A conferma di questa diversa lettura mi hanno dato un volantino della Federazione del culto delle associazioni musulmane di Montreuil, in cui si invita a votare contro Brard (Voynet avrebbe già in parte risposto a questa fetta di elettorato, visto che la sua prima azione da sindaco è stata quella di abolire il divieto di ingresso a chi porti il velo in consiglio comunale; nella sua interpretazione, diversa da quella di Brard, il consiglio comunale non è un luogo pubblico). I bobo, in ogni caso, non c'entrano: a quanto pare non sono loro che, modificando il tessuto sociale, hanno spostato l'asse da una sinistra rossa a una verde.
Dunque il pezzo su Montreuil in Italia non si leggerà mai. Peccato. Soprattutto per le mie finanze.

venerdì 11 novembre 2011

Questo post non ha nulla di nuovo

Questo post non ha nulla di nuovo, ripeto. Al contrario, risale a mercoledì 9 settembre 2009 (toh, 9.9.9, non mi sembra nessuno avesse fatto tanto casino, all'epoca, ma, magari, mi sbaglio) e proviene da un blog che è morto, il mio vecchio blog, quello che talvolta linko ancora qui. Beh, finora era morto, ma, volendo, poteva ancora essere letto. Dal 24 novembre non più: la piattaforma che lo ospitava, splinder, chiude. Peggio, si trasforma: in un sito commerciale, pare. E tutti i blog su splinder spariranno. Si possono traslocare (per esempio io bloggo offre un sistema di trasloco pressoché automatico, ma io ci ho già provato due volte e il risultato è un bello zero). Ergo virginie? sparirà dalla blogosfera. Poco male, mancherà, e non so neppure quanto, solo a me. Anche se, a pensarci bene, grazie a 'virginie?' ho conosciuto persone che ancora frequento. E che apprezzo infinitamente. Vabbè, aveva comunque esaurito il suo compito, si vede.
E intanto salvo qui uno degli ultimi post (e magari qualcun altro nei prossimi giorni, chissà).

Più o meno l'avete già letto/scritto tutti. Dei blog che linko qua di fianco pochi rimangono in vita. La voce del maestro si è estinto pochi giorni fa, il bello della moto si è cancellato dalla blogosfera (ed è sparito dagli amichetti, infatti), Il titolo non c'è ci ha abbandonato qualche tempo dopo una lunga riflessione (attorno al 14 luglio se non sbaglio) per poi riapparire come niente fudesse a fine agosto. Il blog è morto? E chi lo sa e, soprattutto, chi se ne frega. unduetrestella sopravvive, malgrado la ormai cronica mancanza di post, in quanto mamma di tutti i miei blog ma, forse, mi deciderò a trasferirlo su blogger perché splinder non mi soddisfa più. E ri-chissenefrega.
Vabbè, vi racconto la mia ultima passeggiata nel quartiere: rue Oberkampf si è arricchita di un mucchio di localini e negozi nuovi (sempre più fighettina, insomma), la boboizzazione della rue Parmentier prosegue nel X dopo aver già invaso l'XI arrondissement, resiste ormai quasi solo la rue du Faubourg du Temple. In compenso (in compenso?) si sono moltiplicate le saracinesche chiuse (per esempio un fioraio in rue Saint-Maur che si dichiara in vacanza fino al 20 agosto e a ieri stava ancora chiuso). I doppi effetti della crisi.

domenica 6 novembre 2011

governo sì, governo no, etc. (sottotitolo: Paolo Cirino Pomicino)

Va bene, avrei dovuto farlo subito, fustigatemi quanto vi pare. Lo faccio adesso, invece. Forse un po' tardi, ma lo faccio.
Domenica scorsa mi sono trovata, sul FrecciaRossa Roma-Milano, a condividere lo scompartimento, tra gli altri, con Paolo Cirino Pomicino. Signore garbatissimo, alla napoletana, estremamente cortese. Il quale, tuttavia, ha spesso parlato al cellulare. Senza alcuna reticenza o pudore, facendo di conversazioni private conversazioni pubbliche. Le sue conversazioni, privato-pubbliche, riguardavano tutte, con poche eccezioni tra cui la situazione di Cassano (Cirino Pomicino è medico, dopotutto), l'attuale governo e la sua eventuale caduta. Il senatore, a vita, parlava della maggioranza, del governo, della sua tenuta e di quel che bisognava fare, come fosse nel suo ufficio. Ergo io ho sentito, come ha sentito mio marito e quell'altro signore che condivideva con noi lo spazio-salottino del FrecciaRossa. Di che parlava? Del fatto che il governo è decotto, "oggi Antonione è uscito dalla maggioranza. Altri usciranno domani". "Bisogna parlarne con Gianfranco". Fini? O ha detto Giancarlo e io ho sentito male? E, in tal caso, Giancarlo chi è? "Ci avviamo verso un altro governo. A capo? Amato o Bini Smaghi". Fatene quel che ne volete. Io ve l'ho detto. Ora. In ritardo, d'accordo.

giovedì 27 ottobre 2011

Amiche

E va bene, bisogna ben dirlo. Ci sono aspetti impagabili di Milano: le amiche. Ieri due, in un solo giorno, mi hanno detto la stessa cosa: "sono contenta che tu sia tornata a Milano". Non sono d'accordo, ma, perdio, quanto fa bene. E quanto sono belle, complesse, intelligenti, donne, persone, umane, incomprensibili, comprensive e, in una parola, meravigliose, le mie amiche? Quasi quasi fa quasi bene essere rientrata a Milano.
(Posto che Parigi mi manca come fosse una mano destra, sia chiaro)



(nell'immagine: Amiche by Giampaolo Ghisetti, oil on canvas 90×80)

mercoledì 24 agosto 2011

La legion del disonore - Benvenuti a Milano

Dedicata a tutti quelli che "eh, ma come la fai lunga", "dai, su, Milano, in fondo, non è poi così male", "ma non sei contenta di non essere più circondata da francesi?" e simili dolorose amenità.

Milano, via Vittor Pisani. Quasi centro, direi. Il luogo si chiama "Farinami" e già il nome meriterebbe la fustigazione. Chi non ha mai peccato di cattivo gusto, tuttavia, scagli la prima pietra. Il problema, come spesso, è il perseverare. Si faceva una certa qual fatica a farinarsi, ma, perdiana, a "maneggiare con gusto" davvero non ce la si può fare.


Ah, già, scordavo, siamo nella patria del bunga bunga. In ogni caso sfido chiunque a trovare un'insegna a tasso di volgarità affine a Parigi.

mercoledì 22 giugno 2011

La mia madeleine è uno speciale


Cominciai a bazzicare in zona quando avevo dodici anni. Il perché non credo lo racconterò mai su questo blog. Tanto più che in questo caso non ha nessuna importanza. Quel che mi sfugge è perché andassi al bar Magenta. Forse al traino di ragazzi più grandi, chissà. Per certo a 12 anni non bevevo birra. Neppure mi piaceva, a 12 anni, la birra. E non bevevo nemmeno caffè. Del resto neppure quello mi piaceva. Magari bevevo la cioccolata calda. Ma a guardare dagli Anni 11 del 2000 gli Anni 70 del secolo scorso trovo estremamente improbabile che al Magenta facessero la cioccolata calda. Magari la facevano apposta per le bambine come me. Ché, altrimenti, che altro avremmo potuto bere al Magenta?

Non lo persi mai di vista negli Anni 70. E, nel frattempo, a 16 anni o giù di lì, cominciai a bere birra. E anche caffè, a dire il vero. Ed è lì che iniziai con lo "speciale". Non ricordo chi mi iniziò. Probabilmente un carducciano a caso, un giorno in cui una manifestazione si era sciolta attorno a Cadorna. Non so dire se lo "speciale" sia buono: pancetta, caprino, salsa di vattelapesca e nonsochealtro. Però credo di non aver mai preso un altro panino al Magenta. E neanche so che altri panini facciano al Magenta, a dire il vero.

Poi ci fu un bar Magenta indimenticabile. L'unico dove forse non misi mai piede. Gli Anni 80 per me furono molto poco anni da Bar Magenta. Ricominciai, e molto, molto saltuariamente, solo ad Anni Novanta inoltrati, quando il Magenta non era più quello del "Vizio dell'agnello", il migliore ritratto che mai ne fu fatto, a mio avviso. Nato, ai tavolini del "Tre Gazzelle", in corso Vittorio Emanuele, dalla stilografica del Pinketts: "Il bar Magenta a mezzanotte era gonfio di varia umanità. La birreria storica era stata per qualche anno ricettacolo di gente "fuori", secondo una definizione inelegante e imprecisa. La gente "fuori" una volta entrata nel bar Magenta diventava automaticamente gente "dentro". Fuori restavano solo quelli che non entravano nel bar Magenta perché lo immaginavano come le prime nuvole del paradiso artificiale. Il locale era vasto e molto suggestivo. I baristi non facevano servizio ai tavoli e ogni volta era una lunga fila alla cassa, assediata da marinai di una città senza mare, da sirene femministe che guai se toccavi loro la coda, da piccoli spacciatori e da finti rivoluzionari che aspettavano lì che il mondo cambiasse. Invece era cambiato il bar Magenta. Dopo qualche piccolo, timido tentativo, il resto del mondo si era fatto coraggio ed era entrato al Magenta. Lo aveva inondato di presenze eterogenee, poliziotti e fotomodelle americane, studenti universitari e commesse, fotografi e compagnie di solari innocuità. I proprietari avevano aumentato i prezzi. La rivoluzione era fallita. Il tempio era stato sconsacrato. Tutti, proprio tutti, almeno una volta nella vita mettevano piede al Magenta. Le ragazze alla pari tedesche posavano i loro grossi sederi sulle ginocchia di liceali della scuola americana di Milano. Il locale era diventato più vivo proprio perché di mille vite si nutriva. Il pavimento era moquettato di cicche di sigarette e mozziconi dei miei sigari. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1910, all'apertura qualcuno se li era fregati tutti. Il locale era affollato come l'uscita di sicurezza di un cinema in fiamme".

E un giorno ci tornai al Magenta. Non so precisamente quando, ma sono certa che sono stata al Magenta con tutti. Tutti i miei amici e tutti i miei amori (forse no, forse con quello attuale no). Ricordo benissimo l'ultima volta che ci sono stata. L'ultima prima di oggi, intendo. Una serata, anzi, una notte struggente. Della malinconia di un amore che non è mai voluto scoppiare.

Infine oggi ci sono tornata. Con la nipotina in visita. Abbiamo preso lo "speciale" entrambe e il fiume dei ricordi è montato e mi è tracimato dalle labbra. Chissà che ha pensato la nipotina.



(la foto è quella del sito del Magenta)