mercoledì 22 dicembre 2010

Come se non lo sapessi (sottotitolo: Milan l'è 'n gran Milan)

Non lo so. Non lo so se fa bene. Non sono sicura che un blog sia esattamente come una seduta psicanalatica. Così mi son persino detta: vai dallo psi. È che lo psi, lo so, ne sa un po' più di me. Ma poco (parbleu: più cresco e più assomiglio a mio padre).
Me ne fotto dello psi. C'è stato un tempo in cui lo psi ero io. Un po' come Lucy: 5 cents. O anche uno. Vabbè.
Allora voilà: è tutto un "come se non lo sapessi". E lo elenco (poi, magari, aggiungo).
- Come se non lo sapessi... che i problemi son altri.
- Come se non lo sapessi... che sono una borghese viziata dalla vita.
- Come se non lo sapessi... che abitare in via Parini non è precisamente stare a Cologno.
- Come se non lo sapessi... che ho sempre avuto culo.
- Come se non lo sapessi... che "Milano" è "vicina all'Europa".
- Come se non lo sapessi... che, sempre a Milano, c'è un sacco di gente che mi vuol bene.
- Come se non lo sapessi... che sono una cazzona imperiale.
- Come se non lo sapessi... che non è tutt'oro quello che luccica.
- Come se non lo sapessi... che Belleville è piena di cinesi.
- Come se non lo sapessi... è tutta una masturbazione mentale.
- Come se non lo sapessi... che pinocchietto non si merita i miei cazziatoni.
- Come se non lo sapessi... che sono ridicola.
- Come se non lo sapessi... orca, non c'è più niente che non sapessi. C'è solo quello che so. Che Milano non l'ho scelta e Parigi sì. Che, dite quel cazzo che volete (e la gente e il cibo e la spocchia e i formaggi e la merda per strada - quoique io ne ho vista più qui, ma, si sa, ciascuno vede quel che vuole vedere - e...) io preferisco vivere a Parigi. Che qua ho da remare per ritrovare un ruolo sociale e là, ci avrò pure messo 14 anni, ora ce l'ho. Che mi manca tutto, puttana eva, tutto: pure quello schifo di vendita di stracci davanti al Président. Che ogni volta che mi scrive un'amica/un amico francese mi metto a piangere. Che ho bisogno di elaborare un fottutissimo lutto. Che i miei amici italianicheabitanoaMilano (ma anche italiani tout court) si offendono quasi tutti appena glielo dico. E un mucchio di altre cose che non ho il tempo né la voglia di scrivere.



(nella foto: Alyssa M-I-L-A-N-O. ovvero: la prima immagine che ho trovato cercando "Milano" su Google. Il che la dice lunga sul fatto che "tutto il mondo è paese", no: "tutto il berlusconi è paese", mannaggia la miseria)

mercoledì 15 dicembre 2010

Senza dimora

Vago. Così, smarrita, senza una meta precisa. Faccio quattro o cinque volte il giro dell'isolato. Deve essere così che ci si appropria (ri-appropria?) dello spazio. Mi sento particolarmente sola in questo periplo privo di senso: i milanesi infagottati sembrano tutti avere un obiettivo da centrare. Anche quando chiacchierano con il portinaio, come quella signora in via Appiani con quel cappellino ridicolo e quella erre da ricca sciura che non sentivo da anni.
Eppure manca qualcosa. Le strade di Milano (queste, le stradine attorno alla mia nuova casa. Nuova casa? Quale nuova? Quale casa?) sono vuote rispetto a quelle di Parigi: manca qualcosa. O, piuttosto, manca qualcuno. Manca la gente della strada. Quella che per strada ci vive. Parigi ne è piena. Stracolma. Tanto più in questi ultimi mesi, durante i quali, sarà la crisi o sarà quel che sarà, le persone che vivono senza casa sembrano essersi ulteriormente moltiplicate.
Mi sono sempre chiesta perché in Italia se ne vedano meno. E mi sono sempre risposta che, a mio avviso, li ammazzano. Chi vuoi che rivendichi la vita di una persona senza legami, senza parenti, senza amori, senza casa, senza soldi, senza? Vale a Milano come a Parigi, però. Ma resto certa che a Parigi li ammazzino meno.
A Parigi, poi, se ne parla. In Italia mi sa di no. Per esempio, proprio la settimana scorsa, sotto il metro di Parigi c'era una ragazza della strada, visibilmente ubriaca, che inveiva. Stavo sulla banchina opposta, con un gruppo di italiani in visita. Così ho chiesto al mio vicino: "ma secondo te perché in Italia si vedono meno senza dimora per le strade?". Mi ha venduto una strana teoria, a base di associazioni cattoliche. Foutaise, ho pensato (e sento che questo blog parlerà molto più francese, d'ora in avanti): che si crede? Pure a Parigi ci sono le associazioni che si occupano della gente della strada, pure più che in Italia se è per questo e, per giunta, non sono neppure necessariamente cattoliche. Ergo, no, non è una spiegazione, è una stronzata. La mia teoria spiega meglio i fatti, perciò in virtù del rasoio di Occam è probabilmente quella giusta (o, per lo meno, più giusta).
Rispetto alle mie ultime visite, comunque, la popolazione milanese della strada è aumentata: si conta in unità, ma ora si vede. Mi viene in mente quel bel libro di Laura Pariani, "Milano è una selva oscura" (nella foto sopra, la copertina). Vorrei sfogliarlo e rubare alla Pariani qualche frase, ma, naturalmente, non è con me. Il libro è restato a Parigi e virginie ora sta a Milano. Non so per quanto tempo le cose giuste non saranno nel luogo giusto. Forse per sempre, dato che sono io che non sono più nel posto giusto. Perciò del libro ne faccio a meno. E mi intristisco ancora un po'.
Poi finisco al Carrefour, quei mini Carrefour cittadini che in Italia proliferano mentre a Parigi stentano a decollare. Mentre sono alla cassa, sento la signora che sta all'accueil che dice: "no, non può uscire così, deve pagare, prima". Calma, senza urlare, ferma ma gentile. Alzo lo sguardo e vedo un senza casa, rosso e brillo, che tenta di guadagnare l'uscita con quattro o cinque bottiglie di vino rosso tra le mani. L'uomo si ferma e, nel frattempo, arrivano un paio di commessi. Uno prende dalle mani del senza casa il vino e torna a riporlo, l'altro attende di fianco alla signora dell'ingresso. Il primo, evidentemente un capocommesso, torna, porge al senza casa un cartone di vino e lo invita a uscire. Il senza casa ne vorrebbe ancora e poi vorrebbe anche ciacolare con la signora. Ma lo accompagnano all'uscita. Senza violenza. Senza clamore. Beh, confesso: una scena così a Parigi non l'ho mai vista.

domenica 5 dicembre 2010

Buon compleanno?

un anno dal primo NoBDay. un gran bell'anno, lo confesso. mi sono divertita un mucchio, ho conosciuto un sacco di belle persone interessanti, ho riscoperto un impegno che si era assopito. nei viola non mi riconosco più, ma non importa. è stato, è e sarà ancora bello. grazie a tutti

giovedì 2 dicembre 2010

Strettamente personale

L'ho salutato a modo mio, senza saperlo. Ieri pomeriggio cantavo a squarciagola, prima sotto la neve, poi, sola, a casa. A un certo punto ho intonato (o stonato, chissà, chiedetelo ai miei vicini) Ciuri Ciuri. Curioso, non fa parte del mio repertorio. Tanto curioso che mi sono pure chiesta come mai. Intanto, lui, siciliano, se ne stava andando. Ciao, zio

lunedì 29 novembre 2010

A Parigi degustiamo l'acqua (visto che è pubblica)


Clicca sul titolo e trovi l'evento (o, anche: resta di stucco è un barbatrucco).
Alla stampa abbiamo detto che il 4 dicembre 2010 ci sarà una mobilitazione per l'acqua pubblica. A Parigi come in Italia.
Ovvero: in attesa che la Corte di Cassazione si pronunci sulla validità delle oltre 1.400.000 firme raccolte per richiedere il referendum contro la privatizzazione dell'acqua, il Forum delle Associazioni "Acqua Bene Comune" ha indetto per il prossimo 4 dicembre una giornata di mobilitazione nazionale. Scopo delle iniziative, che avranno luogo un po' in tutta Italia, è chiedere una moratoria per la sospensione della legge Ronchi, oggetto del referendum.
Il Comitato Acqua Bene Comune parigino, nato alla fine del mese di ottobre con l'appoggio di singoli cittadini e di diverse organizzazioni e associazioni (Acli, Associazione Inca Francia, Atelier France-Italie, Collettivo 5.12, la rivista Focus In, La fabbrica di Nichi Parigi, Libera, Les amis de Beppe Grillo, Lo sbarco Parigi, Associazione e Circolo Democratici Parigi), risponde all'appello lanciato dal Forum e organizza una "degustazione d'acqua pubblica", che si terrà alla Mairie del Secondo Arrondissement a Parigi.
Dalle 15 alle 18 i partecipanti a questa "festa dell'acqua" potranno ascoltare vari interventi, da quelli spettacolari degli "artisti per l'acqua" a quelli più impegnati di Jean-Luc Touly, Consigliere Regionale in Île de France per il gruppo Europe Écologie - Les Verts, e Stefania Molinari della Coordination Eau Île-de-France.

Tornare al pubblico si può: Parigi l'ha fatto ;-)

martedì 23 novembre 2010

Parigi è figa

venerdì, 09 novembre 2007

Ragazze meravigliose che, per quanto mi riguarda, esistono solo per un istantaneo piacere dello sguardo, perché, anche se mi fanno girare la testa, non ho alcun desiderio di portarmele a letto. (Per onestà: ho incontrato anche un tale con uno sguardo da far diventare livido d'invidia Kim Rossi Stuart e "une gueule d'enfer", però era alto un metro e un'oliva. E ne ho visto, se così si può dire, un secondo che era pure meglio. Ed era della taglia giusta. Ma, bon, dev'essere stato un abbaglio: il sole era già sceso, gli occhiali mi servivano ormai solo da cerchietto e, soprattutto, il tizio in questione mi ha sorriso).
Oggi Parigi è più femmina che mai. Tanto che mi sono appena resa conto di quanto provocante sia la Francia-Marianna nella gigantesca rappresentazione di se stessa della place de la République. Sarà che la sorprendo di spalle, scendendo il Faubourg du Temple, ma non l'avevo mai trovata così sfacciatamente seducente.
A coronare il tutto, passeggiando indolentemente nella viuzza della libreria italiana, scopro "Jeux des filles". E stasera si tirano i dadi.


(foto ©Cettina Calabrò)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

martedì 9 novembre 2010

Questo è un uomo: Gianrico Carofiglio

L'ho detto e lo ripeto: vorrei Gianrico Carofiglio come Presidente del Consiglio (che sembra proprio la sua, no?). Pazienza se è del Pd: è un signore elegante, garbato, serio senza essere noioso e ha il culto della lingua. Anzi, delle parole.
"La manomissione delle parole" non è solo un libro che mi è piaciuto, non ha solo un inestimabile valore in questo momento storico, non è solo un testo che farei leggere nelle scuole di ogni ordine e grado, è l'opera che avrei voluto scrivere io (e non mi sarebbe affatto venuta così, naturalmente).
Il signor Carofiglio, sublime, è riuscito a scrivere un intero libro sulla manomissione delle parole, e attenzione al doppio senso di "manomissione", senza citare Nanni Moretti (fantastico, io non ci sarei riuscita: a me "le parole hanno un senso" e "chi parla male pensa male" sarebbero certo scappati tra le righe).
L'opera è, a mio avviso, molto wittgenstaniana, anche se l'autore cita Wittgenstein una sola volta, a pag. 20, permeata com'è dell'idea che "etica ed estetica sono una e medesima cosa"*. Il mio credo da una vita, cioè, più precisamente, dall'esame di filosofia teoretica che mi fece scoprire Wittgenstein, uno dei rari 30 sul libretto universitario della mailaureata che sono. E, gioia sublime, il libro è anche estremamente gramsciano: leggendolo, a pagina 67, annoto una corrispondenza con la mia citazione preferita (non vi dico quale) e, ça va sans dire, la ritrovo per intero a partire da pag. 117. Insomma, tra queste pagine intelligenti virginie si sente a casa (modesta, eh?). "La manomissione delle parole" è diventata d'imperio il mio "livre de chevet" e chi lo molla più, ora? Spero serva a preservarmi dalla sciatteria, nel parlare come nello scrivere, che mi faccia da scudo contro la miseria del pensiero, che trascini Carofiglio a guidare il Paese. Vabbè, sognare vale, no? Visto che faccio tutto al contrario, concludo con l'epigrafe: "Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi: i bambini già sanno che esistono. Le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti" G.K. Chesterton



*cito a braccio dal "Tractatus logico-philosophicus", che naturalmente sta a Milano mentre virginie sta a Parigi, in questo momento. Siate indulgenti

mercoledì 3 novembre 2010

Mai più senza

Carla a fumetti


Per i francofoni, l'intero fumetto (o quasi) commentato qui. Stomaci deboli astenersi

lunedì 20 settembre 2010

virginie? toc toc

lavallatta è uscita e a casa non c'è, è scoppiata, sparita, non sta più con me!

martedì 31 agosto 2010

Poltergeist tradito

venerdì, 12 gennaio 2007

Confesso: sto per lasciarti. Caro il mio vecchio, adorato apparta- mento, dopo dieci anni di onorato servizio, ti abbandono. A fine marzo me ne vado, mi allargo. Niente di personale. Anzi, già so che mi mancherai, anche se sto elaborando il lutto da tempo. Non è colpa tua, ti assicuro. Non c'è ragione che ti ribelli. Nessun motivo per sollevare di botto il lato del lavandino in modo che io fracassi i bicchieri urtandolo. Nessuna ragione per far schiantare al suolo il portaspazzolino che è rimasto incollato alla parete per ben due lustri. Nessuno scopo nel far cadere le calamite che chiudono gli armadietti della cucina una dopo l'altra come foglie secche.
Se ti ho ferito ti chiedo scusa, non era nelle mie intenzioni. Giuro. Senza rancore.
virginie



(foto presa qui: http://aldaria02.a.l.pic.centerblog.net/np5dmgs6.jpg)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 6 agosto 2010

Pinocchietto e virginie sono finalmente entrati nell’età adulta

mercoledì, 13 dicembre 2006

Houellebecq le ficca in ogni libro. Di tanto in tanto un canale televisivo, una rivista o un quotidiano dedica loro un’inchiesta. A volte capita che qualche amico o amica italiani chiedano lumi al riguardo. Confesso, però, che ignoro l’argomento: non ho mai messo piede in una boîte échangistes. Ho svolto una microindagine personale e, a quanto pare, tra i miei conoscenti parigini il tema è altrettanto sconosciuto. S. mi ha raccontato che un’amica gli ha proposto una serata in un locale del genere, ma lui ha declinato l'invito. U. e V. sono uscite con almeno un tipo che le ha trascinate in una boîte échangistes ma se la sono data a gambe. S. si è fatta accompagnare da un tizio per buttare un occhio all’ambiente e farci un pezzo. Fine.
Stasera Pinocchietto e io ci siamo rifugiati a mangiare un boccone in una sorta di fast food alla francese, la brasserie di un Mercury Hotel. Parlavamo da italiani, a voce alta e agitando, come sempre, le mani. Un tizio al bancone, sulla trentina, ci lanciava qualche occhiata. Finché, preso il coraggio a due mani, si è deciso a interpellarci: “Secondo voi cosa c'è di là?”. Nel dirlo indica un varco. Lo guardiamo interrogativi e lui decide di andare a vedere. Torna e comunica: “è un hotel”. Brillante deduzione: siamo al Mercury. Ma poi aggiunge “avevo pensato potesse essere una boîte échangistes”. Virginie, la solita idiota, ammicca: “avrebbe preferito, eh?”. Il tizio sorride. Passano altri cinque minuti durante i quali Pinocchietto e io riprendiamo a parlare fitto. Il trentenne sta per terminare la birra e si riavvicina al nostro tavolo. Parla sempre con me. E mi informa: “Vede, là, ce n'è una, niente male, la conosce?”. “No”. “Beh, più tardi, dopo mezzanotte, ci vado. Magari potremmo rivederci lì”. Sorride e se ne va. Così anche Pinocchietto e io abbiamo avuto il nostro invito. La Carrie Bradshaw che c’è in me si interroga: funzionerà davvero così?


(foto da La Dépêche 11 agosto 2007: Toulouse coquin. Dans le bain avec les échangistes)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

mercoledì 4 agosto 2010

Dalle stelle alle stalle

venerdì, 08 dicembre 2006

Volevo proporlo a qualcuno, così ho evitato di parlarne qui. Alla fine non l’ho fatto: mi sono resa conto che le storie di insuccesso non interessano a nessuno. Almeno a nessun giornale italiano. Oddio, magari al Manifesto, ma a Parigi hanno un’ottima talpa: non credo aspettino me.
Veniamo al dunque. Da lontano può ricordare un po’ “Al mio giudice” di Alessandro Perissinotto, tranne che non si tratta di un giallo, ma di una storia vera. Il titolo, cosa piuttosto strana per la Francia, è in inglese: “So what”, l’autrice o, insomma, la protagonista è Catherine Birambeau, ex direttore di una delle trasmissioni di maggior successo di Canal+, la televisione via cavo francese. Tutto sta in quell’ex e la favola va al contrario (toh, ho scritto quasi la stessa frase di Astrid Eliard che ha recensito il libro su “Télérama” e pensare che non avevo ancora finito di leggere il pezzo). Catherine era una specie di semidio del cavo, poi, paf, licenziamento. E il vuoto: disoccupazione e piccoli lavori. Come vendere Tour Eiffel in miniatura sulla collina di Montmartre. Ora ha di nuovo un impiego: 35 ore etc. Ma ha faticato per averlo. La morale trovatela voi.

martedì 3 agosto 2010

E se ci facessimo una birra?

lunedì, 27 novembre 2006

Bah. Ho infine scoperto qual è il mio autentico talento: procurarmi grane. Sarà che la calma piatta tende ad annoiarmi un po’ ma, insomma, dopo mesi che ho problemi di collegamento con il wi fi decido che stamane affronto di petto Orange e sistemiamo la questione. Sì. Facile, naturalmente. Dopo circa 30 minuti di conversazione telefonica il brillante tecnico arriva alla stessa conclusione cui era arrivato il manuale di istruzioni già un mese fa: ho sbagliato a digitare la password. Peccato per entrambi che la password sia giusta e che io l’abbia controllata dalle 5 alle 6 mila volte. E peccato anche che se la soluzione fosse stata nel manuale di istruzioni ero bell’e che capace di trovarmela da sola. Ma vabbè anche gli scemi hanno tendenza a pensare che tutti gli altri gli somiglino. Comunque, mentre combatto al telefono con l’idiozia dell’operatore informatico ricevo un sms a dir poco sibillino. Viene dal direttore di una rivista italiana che si ritrova a essere anche una mia amica (sempre quella cui pensi tu p&p). Vuole un elenco di negozi per mercoledì (che poi lei e il suo editore incaricato - eh????? ma di che parla? - verrano a visitare venerdì) ma mi spiegherà meglio, se mi va, alle 5. Sono le 6 e 23 ho già rilanciato e ancora nessuno mi ha detto che cazzo devo fare. Ma resta che è per mercoledì. Ma negozi de che? per cosa? come? dove? quando? che le invio? le pagine gialle?
Intanto cade la linea con la France Telecom. Richiamo e mi viene detto che è impossibile aiutarmi perché il tecnico, evidentemente, sta sempre lavorando sul mio caso visto che la mia scheda cliente è occupata. Magari, spiega il solerte, il suo collega sta già cercando di richiamarmi. E il gentile operatore aggiunge che è normale che la linea sia caduta: passati i 30 minuti cade automaticamente (qualcuno sa se posso denunciarli per questo? Nel caso mi avvisi). Mi convince a riagganciare e ad attendere. Passa un altro tot di tempo durante il quale decido di fiondarmi alla ricerca di un monolocale per la mater qui a Parigi. Come se non avessi già combinato abbastanza guai con la ricerca dell’appartamento per me e Pinocchietto (siamo in trattative, ma probabilmente non finiranno mai). Vinco un appuntamento per domani (incastrato tra il baby-sitteraggio di Maya e le lezioni di spagnolo).
Richiamo France Telecom. Ottengo la stessa risposta di cui sopra salvo che l’operatore mi assicura che richiamano loro. Resto ferma sul ghiacciaio. Almeno su quel fronte. Nel frattempo mando mail di sollecito pagamenti all’universo mondo, chiedo copie di giornali usciti due o tre mesi fa, rispondo a due telefonate in contemporanea e chatto con Buenos Aires e con mia nipote.
Risultato: sono le 18.32 e non ho combinato una fava. Il wi fi è sempre morto. Non ho visto ‘na lira. Non so che mangerò stasera. E gli unici che dovevano chiamarmi (Orange-France Telecom e l’amica direttore) sono quasi gli unici esseri al mondo che non si sono manifestati.
Bon, che ne direste di una birra?


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

lunedì 2 agosto 2010

Messa nera

giovedì, 26 ottobre 2006

La scena è di per sé surreale: sto scendendo le maestose scale del ponte Alessandro III, un po’ svagata e molto miope, visto che non ho gli occhiali. Sui gradini due donne bionde stanno spazzando via foglie secche e cicche di sigaretta, cartacce e amenità. Passo dietro di loro e sento il tocco lieve di un manico di scopa che si appoggia sulla mia spalla. Muta, un po’ confusa e, soprattutto, sorpresa, sollevo il bastone e sto per porgerlo alla signora che l’ha appena lasciato cadere quando la sua mano si allunga nel nulla e afferra sicura il manico. Aveva appoggiato la scopa nel vuoto, evidentemente. L’altra strega sembra guardi verso di me ma è impossibile dire se la sua sia un’aria stupita, seccata o se abbia sollevato gli occhi perché ha avvertito una presenza.
Certa di essere ormai invisibile, giunta sulla banchina, procedo con il mio invito dimensioni A4 tra le mani, parallela alla Maison Tropicale di Brazzaville (nella foto). L’incanto, però, è svanito e vengo immediatamente richiamata all’ordine dal buttadentro: “Madame, per di qua”. “Volevo solo guardarla dall’esterno, girarle attorno”. “È meglio se lo fa all'interno del cordone”. Cedo. In fondo non ha nessuna importanza.
La casa è folgorante. Concettualmente sapevo di che si trattava, ma non avendo mai visto nessuna delle Maisons Tropicales di Jean Prouvé le parole “case costruite come automobili” avevano un senso tutto teorico. Ora sono qui e penso che in questa casa su palafitte, quasi interamente in metallo, potrei viverci. Persino vorrei, viverci. Le fessure, gli oblò blu, le pareti gialle, il balcone che gira attorno: magica. E non importa se, in fondo, non è altro che un prefabbricato.
Dietro di me un signore spiega a un altro che Prouvé, negli Anni 50, le aveva immaginate per l’Africa. Altro che bidonville. O, in un certo senso, ancora più bidonville, ma sublimi. “Ma non ha funzionato” chiosa in finale lo sconosciuto. Forse faceva troppo caldo? Ma i tetti di lamiera scarificano ben più di una terra nell’altro mondo, quello che non consideriamo mai, spesso nero, o giallo, o colorato. Non danno caldo, quelli?
Sul balcone incrocio Audrey Marnay, semi-insignificante come sempre e sempre eternamente giovanissima. È accompagnata da una ragazzina e dal suo cucciolo, biondissimo e, lui (o lei, non so granché della prole di Audrey Marney) sì, bellissimo. Una baby-sitter bambina per una mamma ragazza.
Sotto, i camerieri stanno aprendo le ostriche. Niente champagne a lato, niente succhi di frutta, niente acqua. Solo ostriche, limone e gusci. La gente seduta ai tavoli fa gli affari suoi: apre il MacBook, legge, chiacchiera. Il rito non è ancora cominciato. E io ho deciso che non vi prenderò parte. Semplicemente mi dissolvo.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

sabato 31 luglio 2010

Fondamentali da bar

venerdì, 22 settembre 2006

Ho risolto un tipico problema esistenziale delle 19.30: perché a Parigi non si riesce a bere un Martini (inteso come cocktail) decente. Lo fanno con il Noilly Prat. E a nessuno è mai venuto in mente che se si chiama Martini e non Noilly Prat ci possa essere magari una ragione. Morale: se passate da Parigi il Martini è meglio veniate a berlo chez virginie. Giurin giuretta.


(foto ©mixshakeandpour.com)


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 30 luglio 2010

Vuitton Marx?

mercoledì, 20 settembre 2006


Avrei prefe- rito me lo la- scias- sero stare. Passi che il bel viso warholizzato del Che illustri di tutto e di più, ma Karl, Carletto mio, che avrà mai a che spartire con le borsette più copiate del pianeta? Io non lo so, ma leggo or ora che Louis Vuitton pubblicherà il 23 novembre un’opera, “Karl Marx, il Cristoforo Colombo del Capitale”, in collaborazione con la rivista Quinzaine littéraire (mica cazzi), in cui saranno raccolti una serie di testi del Carletto attorno al viaggio. (Precedentemente i due soci, che si dedicano a quest’azione nefanda dal 1994, hanno edito Walter Benjamin, Jacques Derrida e Marcel Proust, tra gli altri). E che diamine, che c’azzecca, direbbe Di Pietro? Direi di ripristinare al più presto la legion del disonore. Assegnata, per oggi, all'unanimità dei miei neuroni.


(immagine 1: http://media.photobucket.com/image/monsieur%20louis%20vuitton/ilvoelv/LouisVuitton.jpg
immagine 2: http://dndf.org/wp-content/uploads/2009/01/marx.jpg)


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

giovedì 29 luglio 2010

Un’expo di cui probabilmente nessuno parlerà (in Italia)

lunedì, 11 settembre 2006

Chiamatela come volete, foss’anche arte concettuale. Romuald Hazoumé non sarebbe d’accordo, ma non importa. Per lui, l’autore, è la sua arte, pura arte africana al massimo, più precisamente del Benin (vedi Africa Blues). La mostra inaugurata oggi per la stampa al Museo del Quai Branly si compone di una sola opera, maestosa, La Bouche du Roi, la bocca del re (“viene dal nome dell’estuario del fiume Couffo”, spiega Hazoumé, “che i portoghesi hanno chiamato «a boca do rio», la foce del fiume, e i francesi hanno più tardi trasformato in «bouche du roi» per ignoranza”): 304 maschere fatte con i bidoni di benzina che ricostruiscono al suolo la struttura di una nave negriera. L’impatto è forte, ma, soprattutto, è forte Romuald Hazoumé. Impossibile riassumerve- lo, ma un’idea del personaggio la danno le opere in preparazione: “Ong’s Bob” e “Fais comme chez moi”. “Ong’s Bob” è un bidone raccoglifondi per i poveri d’Europa, mentre nel caso di “Fai come a casa mia” Romuald Hazoumé non illustra l’oggetto ma il soggetto: “è il modo in cui si comportano Europa e Stati Uniti nei confronti degli africani, non sono i benvenuti”. A buon intenditor.


(immagine 1: http://www.octobergallery.co.uk/images/760x570/hazoume_laboucheduroi.jpg;
immagine 2: l'interno di una nave negriera: http://www.potomitan.info/ki_nov/images/bateaunegriere.jpg)

mercoledì 28 luglio 2010

E la chiamano aristocrazia

giovedì, 27 luglio 2006

Ha 70 anni ed è ancora bella: di quella bellezza che il tempo non cancella, una figura snella, alta, con le membra lunghe e quel pizzico di civetteria che solo le donne che sono state molto ammirate da giovani sanno conservare con garbo anche in età. Per di più è lucidissima, instancabile, attiva, intelligente. E pungente. Se i ranghi di nobiltà avessero un senso la signora sarebbe contessa, per matrimonio, ma a sua volta è nobile per nascita e di ben più antica aristocrazia. Oggi, per tutti, è Madame e tutti, compresi i suoi figli, le danno rigorosamente del voi. Ma Madame, professione castellana, non rinuncia a qualche vezzo. Con virginie ci ha giusto provato: davanti a un’opera, realizzata per un’Esposizione universale dei tempi che furono, da estrosi produttori di articoli da pesca. L’opera in questione contempla una serie di galleggianti “sui quali - spiega Madame - appaiano le insegne dei re presenti all'inaugurazione. Vede? Questo è per la corona d’Inghilterra, qui c’è il re di Spagna e qui, oh, ma che diavolo ci fa il duca di Savoia?”. Sospende nel vuoto la sua domanda retorica in attesa della mia reazione, io sorrido e fingo di non capire. Quando il silenzio si fa troppo lungo e un tantino spesso tocca di nuovo a lei: “Ah, già, che sciocca, a quell’epoca era re d'Italia”.
La frecciatina cade nel vuoto ché noi italiani ai nostri primi e ultimi re non ci teniamo davvero, il puttaniere pretendente Vittorio Emanuele lo regalerei volentieri a chiunque ne avanzi richiesta e con me penso e spero la stragrande maggioranza di noi. Madame, però, da ex cacciatrice, a far sgorgare almeno un filino di sangue non rinuncia. E la sua vittima è la guida. Madame possiede, oltre al castello, un magnifico orto che ci porta a visitare. La guida ci lascia alle cure della castellana, a pochi passi, e volge il bel viso verso il sole quasi al tramonto. Madame la vede e lancia: “Le piacerebbe, eh, stare ad abbronzarsi qui dentro invece che sul suo misero balconcino di città”. La guida sbianca e finge di non sentire, io guardo Madame come se fosse pazza ma il mio angelo custode non mi suggerisce neppure una battuta; così mi limito a fissarla negli occhi sperando che almeno una goccia del mio disprezzo riesca a trafiggerla. Alla faccia della classe.


(nella foto: Il Château de la Bussière, www.chateau-labussiere.com)


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

martedì 27 luglio 2010

Paradossi d’Europa

mercoledì, 26 luglio 2006

Le mie nipoti hanno un doppio cognome. In Francia è consentito: così le bimbe hanno preso entrambi i patronimici, paterno e materno. Quello che ci teneva di più era mio cognato, francese di origine algerina, che, visti i tempora e i mores, preferiva che le sue figlie avessero anche un cognome decisamente europeo da aggiungere al suo, smaccatamente arabo. Non si sa mai.
Fin qui tutto bene. La trappola arriva poi: l’Italia il doppio cognome non lo riconosce e non lo accetta. No problem per la prima, grande viaggiatrice, che ha già il suo passaporto da mo’. La seconda, invece, ha appena tre settimane e per essere portata in Italia ha bisogno di essere in qualche modo identificata. La cosa più semplice sembrava (sembrava) metterla sul passaporto di mammà. Eh sì, bravi, ma col doppio cognome non si può. Risultato: l’allegra famigliola ha dovuto spostare tutti i voli, sorbirsi il caldo metropolitano e un sacco di burocrazia suppletiva perché Maya ha dovuto fare la sua carta di identità, che in Francia è più complicata da ottenere di un passaporto da noi e richiede almeno dieci giorni di tempo. Ora sul documento figura una foto di quando Maya aveva dieci giorni alla quale già adesso assomiglia solo vagamente: gran bella prova di identificazione visto che quando rientrerà sarà tutto un altro bébé. Ma che andassero un po’ in mona.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

domenica 25 luglio 2010

Quando manca il senso del ridicolo (Un mondiale fa/2)

mercoledì, 12 luglio 2006

Zidane ha parlato. Ah ah ah ah ah e metteteci voi gli altri. Alle 20, manco fosse un Presidente della Repubblica. Su Canal plus non sui tg di stato. E ci mancherebbe, dico io. Zidane ha parlato ed è stato patetico. E un po' ridicolo. Si è scusato, ci mancherebbe, del gesto, ma ha insistito sul fatto che il colpevole è quello che provoca. Dunque Materazzi. Zidane la craniata la ridarebbe, persino.
Impossibile, tuttavia, per Zinédine Zidane ripetere con esattezza cos'ha detto il nostro Materazzone preferito, ma ha insultato la sorella e la madre del campione francese. No, ma dai, ma non sente tutto il mondo che sghignazza alle sue spalle, a questo punto? Pensare che a me Zidane piace, mi sembra un puro, oltre che un vero campione, un buono etc. etc. Ma, andiamo, "sorete è 'na zoccola", con tutte le varianti pesanti e fantasiose che possono venire in mente a un toscanaccio d.o.c. è pane quotidiano forse persino sui campi dell'oratorio. Ah ah ah ah ah. Com'è che i francesi non hanno il senso del ridicolo?
By the way, der Spiegel con il suo articoletto di stamane farebbe bene a pulire il deretano all'intera redazione.
E che palle.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

sabato 24 luglio 2010

Ah, les italiens/2 - Un mondiale fa

lunedì, 10 luglio 2006

È più forte di me: ho i muscoli facciali bloccati al bello stabile, non riesco a impedirmi di sorridere da ebete. Da ieri sera. Orribile, ho la mascella che mi fa male, ma sono più contenta di tutti voi messi assieme. Sono giorni che mi sorbisco la spocchia ("spero che resteremo amiche anche dopo il 9 luglio" dice l'austriaca sposata al francese e lo dice addirittura prima dei quarti, "mais non, madame, non possiamo non vincere; le spiego anche perché" fa eco il ragazzino di dieci anni trasformatosi in commissario tecnico), giorni che leggo la glorificazione degli undici bleu, che sento sulla pelle che 86 francesi su 100 sono certi di accaparrarsi la finale. E invece no. Nada, njet, rien ne va plus, mes très chers hôtes, gli italiani zozzoni, commedianti, piagnoni, buoni a nulla, vigliacchi, mafiosi, corrotti, gregari, eterni sconfitti (28 anni che non li battevamo, i franzosi), sono campioni del mondo. We are the champions, on est les champions, compris? Noi, la squadra fortissimi.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 23 luglio 2010

E Chirac passa alla storia

martedì, 20 giugno 2006

Ce l’ha fatta Jacques. Con quella sua faccia così normale, quel suo accento così “énarque”, quella sua insipidezza relativa, ha finito per imporsi alla storia. Ieri mattina, come molti colleghi, ho scoperto l’interno del suo capolavoro, il Musée du Quai Branly, a pochi passi dalla torre Eiffel, costruzione del mediaticissimo architetto Jean Nouvel e scrigno delle arti primitive di Asia, Africa, Oceania e Americhe. I parigini avevano già avuto modo di vederne l’esterno da qualche settimana, con il celebre giardino verticale di Patrick Blanc (ieri in verde dalla testa ai piedi, letteralmente, scarpe - Berluti? - e capelli compresi), per ammirare il giardino vero, che giace come si converrebbe per convenzione a un giardino, dovranno invece aspettare parecchi mesi. Ma promette bene.
Ieri i lavori erano ancora in corso, oggi, presumo, per la grande inaugurazione chirachiana (che volle, sempre volle, fortissimamente volle questo museo) saranno magicamente terminati. L’esterno della costruzione può piacere o non piacere, difficilmente entusiasmare, ma l’interno travolge. Quanto esposto, totem, maschere, feticci e similia in quantità, è un condensato di magia e la stessa fascinazione misterica sembra essere passata nella struttura, dalla torre centrale e trasparente, colma di diecimila strumenti musicali, al centro della rampa che conduce alle collezioni fino al percorso tra le basse pareti di cuoio che ricordano un piccolo canyon come la via delle mille casbah in Marocco. Malgrado la folla ho esplorato lo spazio a bocca spalancata, affascinata e spaventata insieme. Magnifico, ma l’ultima cosa al mondo che vorrei è rimanere intrappolata lì dentro alla chiusura.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

lunedì 5 luglio 2010

Cronaca di uno sbarco - Diario di bordo della Nave dei Diritti



Questa volta virginie ha cambiato percorso: non Parigi-Milano, ma Barcellona-Genova. Il racconto si legge cliccando sul titolo

mercoledì 2 giugno 2010

Appuntamento al Père Lachaise


Come nasce un’idea. Durante una microdiscussione sul "che fare?" del Collettivo 5.12 (quel che resta del No Berlusconi Day parigino) uno dei simpatizzanti ricorda che il 9 giugno è l’anniversario della morte dei fratelli Rosselli. Pochi giorni prima un amico arrivato da Cuneo, insieme a noi in occasione della manifestazione del 1° maggio scorso, ci aveva parlato della sua emozione nel ripercorrere i luoghi rosselliani a Parigi.
Ne è nata l’idea di avviare una ricerca su possibili itinerari legati all’attività di Carlo e Nello Rosselli a Parigi, dal 1929 sino al loro assassinio, avvenuto il 9 giugno 1937 per ordine del governo fascista.

Nel tentativo di riattivare una memoria storica che va difesa a ogni costo abbiamo preso contatti con la Fondazione Rosselli (http://www.rosselli.org) che ci ha inviato del materiale utile alla ricostruzione del percorso e della loro attività antifascista e ci ha invitato a dare testimonianza dell’attuale condizione del cenotafio al Père Lachaise. La ricerca, appena iniziata, ci consentirà il prossimo 9 giugno 2011, di proporre un percorso sulle orme dei Rosselli al quale sarete tutti invitati.
Intanto quest’anno vorremmo ringraziare tutti gli amici che si sono resi disponibili a collaborare, ognuno con il proprio apporto, per questo piccolo tributo alla memoria di Carlo e Nello Rosselli. Crediamo sia particolarmente importante, in un momento in cui si tenta di cancellare la parola Resistenza dai libri di scuola e in cui i ministri dell'incultura e gli intellettuali lacché invitano a mettere sullo stesso piano partigiani e repubblichini, ricordare il sacrificio di quanti pagarono un così alto prezzo all’ideale di libertà e democrazia: "Giustizia e Libertà. Per questo morirono. Per questo vivono". Se tra voi c’è qualche volontario che se la sente di girare e poi montare un breve video (3-4 minuti) potremmo anche leggere in quell’occasione qualche brano scelto e spedire poi foto e filmato alla Fondazione Rosselli.

Vi aspettiamo il 12 giugno alle 15
alla division 94 del Père Lachaise, a Parigi
davanti al cenotafio dei fratelli Rosselli


(cliccando sul titolo si arriva alla pagina dell'omaggio su Facebook)

Qui il video dell'omaggio


(foto: Archivio Rosselli)

venerdì 28 maggio 2010

indovina chi viene a cena

Come funziona l'ho scritto qualche post fa: il 25 giugno, verso mezzanotte, salpiamo da Barcellona a bordo della nave dei diritti, per sbarcare a Genova il giorno seguente, attorno alle sei del pomeriggio. A Genova ci accoglieranno un mucchio di persone, più o meno famose e svariati gruppi di sostegno. I media ne hanno parlato pochissimo, quasi niente, ma a Genova ci sarà un concerto la sera del 26 e un'intera giornata di attività, sparse in cinque piazze, fisiche e tematiche, il 27. Tutta quest'organizzazione ha un costo, ça va sans dire, e il comitato parigino dello Sbarco cerca di contribuire alla raccolta fondi organizzando concerti, come quello di qualche post fa, cene e vedremo cos'altro alla prossima puntata.


(cliccando sul titolo si arriva alla pagina della cena su Facebook)

giovedì 27 maggio 2010

Piove, governo ladro

giovedì, 15 giugno 2006

Oggi avrei fatto meglio a non svegliarmi.
Un po’ che appena sveglia, quando pinocchietto è venuto a darmi un bacio per salutarmi, mi ha preso un crampo al polpaccio che sembravano due. Ed ero ancora distesa. Bah
Un po’ che sono in attesa di testi da rivedere che arrivano con il contagocce e, nel frattempo, non riesco a intraprendere niente di serio e cazzeggio per blog dove non becco nulla che mi interessi/piaccia.
Un po’ che sono finita su un blog nepalese, intervistata da un giornalista di laggiù che vive a Parigi, e che dell’intervista non posso leggere un tubo ma, in compenso, quella che lui definisce “your beautiful smiling photo” mi fa venire voglia di suicidarmi.
Un po’ che M6 vorrebbe intervenissi in una trasmissione a parlare della dinastia Versace e io mi domando “che cazzo ne so io”.
Un po’ che i dadà di virginie devono fare veramente schifo visto che non c’è un cane che li clicchi.
Un po’ che piove, il governo è ladro pure in Francia e del referendum sulla costituzione italiana mi pare che non freghi nulla a nessuno.
Un po’ che ho gli ormoni così in rivolta che non ci capisco più nulla neppure io.
Un po’ che non mi pagano da mesi e il mio conto in banca si sta drammaticamente assottigliando.
AAArghhhh


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 21 maggio 2010

Un nuovo blog collettivo




Domenica alle 13.00 circa su Radio 24 Francesca Violi presenterà Gli intolleranti (indovinate? ci sono anch'io. chi conoscete di più intollerante di virginie?) al microfono del Riposo del Guerriero



(se clicchi sul titolo arrivi al blog)

giovedì 20 maggio 2010

Noce e rivoluzione: Erri De Luca

Storia del noce e di Yunus lo zoppo
Abbiamo qui un amico, è del villaggio di Kareak nel Cerkesc. Vi sono cose nascoste in lui come nei grandi libri. Ha interesse per la gente istruita per le notizie della radio e per gli indovinelli. Il suo nome: Yunus. Accende il nostro fuoco e ci porta dell’acqua. Noi parliamo con lui degli alberi e dei giorni. “Verranno con certezza giorni più belli da vivere”. Intanto nelle nostre chiacchiere c’è la tristezza di un noce tagliato e venduto. Lo conosciamo il suo noce stava nel cortile a sinistra della porta. Yunus aveva sei anni quando è caduto da un ramo del noce per questo ha una gamba zoppa. I buoi amano gli zoppi perché gli zoppi vanno sempre pensando hanno buon cuore perché camminano a rilento i buoi amano gli zoppi. I noci non amano gli zoppi: non possono saltare fino ai frutti non possono arrampicarsi sugli alberi e scuotere i rami i noci non amano gli zoppi. Buffa storia l’amore: quelli che non sono amati non si buttano tutti a fiume necessariamente. Gli uomini sono esseri ingegnosi. Gli uomini sanno amare senza essere amati. Buffa storia l’amore, buffa storia quella del noce e di Yunus lo Zoppo. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre. E quando sopra la strada di Cerkesc l’ora della preghiera del mattino arrivava scintillando i suoi rami si risvegliavano più presto delle donne. Al sole la sua ombra era famosa al vento parlava solo e Yunus tutte le mattine passava sotto i suoi rami. Pensare, per Yunus, non era una cosa sacra né un’infelicità né una felicità. E la morte era per Yunus un villaggio dal quale certo non si ritorna ma sul quale non c’è niente da pensare. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre le radici andavano lontano sotto la terra i rami guardavano Yunus dall’alto era talmente alto e largo che se ti sdraiavi la notte accanto al tronco non vedevi le stelle. Yunus non sapeva perché di giorno le stelle si spengono e nemmeno che la terra è tonda e gira attorno al sole. Di tutto questo siamo stati noi a parlarne e lui non è rimasto a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre, le foglie restavano verdi fino a novembre non si poteva abbracciarne il tronco tenendosi per mano in tre e Yunus tutte le mattine passava sotto i suoi rami.
Dei musulmani della Cina , dei rinoceronti col corno sul naso, dei microbi che vivono in una goccia a migliaia Yunus non aveva idea. Il giorno che lo imparò da noi non restò a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre, al sole la sua ombra era famosa al vento, parlava solo, le foglie restavano verdi fino a novembre.
Un giorno mentre Yunus accendeva il fuoco e ci dava l’acqua gli abbiamo detto: “Siamo i tuoi servitori, Yunus, tu sei il padrone”. Fu allora che Yunus restò a bocca aperta. Lasciava cadere le noci in settembre al vento parlava solo era talmente alto e largo che non si poteva abbracciare dandosi la mano in tre. Se ti sdraiavi la notte accanto al tronco non vedevi le stelle la notte scorreva su lui come l’acqua le radici andavano lontano sotto la terra i rami guardavano Yunus dall’alto. “E’ pesante il lavoro al villaggio, sicuro e il corpo, te lo schiaccia. Siediti per terra e guarda da tutte le parti: chi sa in quale tana la sciagura è in agguato ti colpirà certamente, sfuggire è impossibile…” La sciagura ha colpito Yunus. “In questo mondo non abbiamo vissuto ce ne andiamo come siamo venuti. Istanbul è bellissima, m’han detto il Destino non mi ha permesso di vederla ma chi sa perché trenta case su sessanta non hanno pecore…” Yunus non aveva pecore. “La pietra che lanci non colpisce l’uccello che vuoi. Il mondo ormai va in treno. Il mondo non s’appoggia più tra le corna di un bue. Ma il bue per noi è mani e piedi è duro vendere il bue e morire a metà, senza il bue sei capace di tutto…” Il bue di Yunus fu venduto. “La fine delle strade per certo è vicina tutto quello che succede oggi è al di là della ragione. La terra è un pezzo di sapone: scivola tra le mani. Ogni creatura ha casa in qualche posto il lupo non ha casa in nessun posto quando la terra ti scivola dalle mani diventi un lupo…” La terra di Yunus gli è scivolata dalle mani. Lasciava cadere le noci in settembre le foglie restavano verdi fino a novembre al sole la sua ombra era famosa era alto e largo quanto voleva. Yunus pensa a lui di continuo più affonda e più se ne ricorda le sue radici eran lontano sotto la terra non domandava niente non esigeva niente parlava al vento tutto solo. La solitudine ha messo a terra Yunus il suo sudore è colato sulla terra di altri per paura che il suo noce sparisse di notte lo vegliava fino all’alba senza dormire. Le sue radici andavano lontano sotto la terra i suoi rami guardavano dall’alto Yunus. Di un bel noce si fanno delle mensole che si può fare di Yunus lo Zoppo? Vengono i grandi freddi, riparati se puoi del noce si fanno mensole non potrai resistere
vendi il noce, Yunus. I galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus, peggio per te. Nei grandi freddi i lupi sono affamati del noce si fanno mensole. La ragione entra con ritardo nella testa di un turco vendi il tuo noce, Yunus. I galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus peggio per te. Per il lupo senza capanna era una capanna del noce si fanno mensole era mezzo albero mezzo uomo vendi il tuo noce Yunus. Come un morto tutto nudo è steso sulla neve del noce si fanno mensole gli tagliarono braccia e rami vendi il tuo noce Yunus, i galantuomini non tessono il kilim per quelli che non hanno niente peggio per il noce, Yunus peggio per te. “Il mattino appartiene a qualcuno il sole non resta sempre dietro le nuvole, i giorni più belli da vivere con certezza verranno…” Intanto nelle nostre chiacchiere c’è la tristezza
Di un noce tagliato e venduto.

La poesia, di Nazim Hikmet, è lunga e la storia di Yunus e del suo noce era più chiara ieri, quando a raccontarla erano le labbra di Erri De Luca. Erri narrava di questo albero immenso, l'unico bene di Yunus, che dà noci e ombra e riparo. E sotto il quale si raccoglie l'intero villaggio. Finché Yunus lo zoppo non si decide a tagliare il noce e a venderlo.
Erri parla del XX secolo, quello che ha visto un sacco di rivoluzioni, e della sua generazione, "l'ultima generazione rivoluzionaria". Dice "per quelli come noi due sono gli sbocchi: o diventi bandito o diventi capo di stato. Come Stalin, ma anche come Mandela. Prima eran banditi poi son diventati capi di stato, noi siamo rimasti dal lato dei banditi". E conclude: "Il nostro noce era la rivoluzione e anche se il noce è stato tagliato io non dimentico che sono stato alla sua ombra". Grazie, Erri De Luca, non morire mai, per favore.

mercoledì 19 maggio 2010

Ciao Fabio


Un beso, querido. Y uno mas

martedì 18 maggio 2010

La nave dei diritti - Lo Sbarco anche a Parigi

Ci sarà Dario Fo. In carne e ossa. E, ça va sans dire, ha aderito anche Sabina Guzzanti. Oltre a José Saramago, Erri De Luca, Moni Ovadia e Paolo Fresu, per non citare che alcuni dei nomi più celebri che appoggiano Lo Sbarco*.
Uno sbarco speciale, quello dei nuovi mille: un migliaio di italiani che salperanno il 25 giugno da Barcellona a bordo della "Nave dei diritti" per approdare a Genova il 26. In viaggio attraverso il Mediterraneo per denunciare le derive culturali, politiche e sociali del nostro paese e per portare un messaggio di solidarietà a tutti coloro che lottano in nome di una vera democrazia. Sulla nave sono previsti dibattiti, musica, proiezioni ed esibizioni, che continueranno a Genova, dove i mille troveranno ad accoglierli, oltre al già citato Dario Fo e a Heidi Giuliani, decine di gruppi e migliaia di persone che sostengono l'iniziativa. Una grande festa per un'altra Genova possibile, organizzata attorno ad alcune piazze a tema.
L'idea è nata da un gruppo di italiani che vivono a Barcellona**, ma presto sono sorti comitati di adesione allo sbarco anche in altre città europee, Parigi compresa. Per la sua prima uscita pubblica il gruppo parigino ha organizzato un concerto nell'ambito del Festival "Migractions", in appoggio a chi difende i diritti dei migranti in ogni paese.

Domenica 23 maggio alle 17
Guappecartò
special guest
Alessandro Coppola (Nidi d'Arac)
al Théâtre de l'Opprimé
78 rue du Charolais
75012 Parigi
per prenotazioni tel. 01 43 40 44 44
Ingresso: 14 €; 40 € biglietto cumulativo
per quattro spettacoli o quattro persone.
Parte dell'incasso andrà a finanziare
le iniziative dello Sbarco



*Per ascoltare le parole con cui Dario Fo, Sabina Guzzanti, José Saramago e molti altri hanno aderito allo sbarco, rendez-vous sul sito dello Sbarco
** «Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona, e assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia, soprattutto sul piano culturale, umano, relazionale. Il razzismo cresce, come l’arroganza, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più precario...» si legge nel manifesto ufficiale.



(cliccando sul titolo si arriva alla pagina del concerto su Facebook)

domenica 2 maggio 2010

Primo Maggio 2010 a Parigi



Grazie a Italo Stellon per il video (che trovate cliccando sul titolo. chi scova virginie, che c'è, o, almeno, si intravede, vince il solito rossetto omaggio) e a Roberta Morrone per la foto.
A tutti gli altri perché c'erano

giovedì 29 aprile 2010

Pennac-Costa 1 a 0

Oddio, a pensarci bene, non che fosse una gara. Giusto un incontro all'Istituto di Cultura Italiana. Lella Costa, ma io lo scoprirò lì, probabilmente perché ultimamente sono più distratta che mai, è qui per presentare la sua "quasi un'autobiografia", sottotitolo di La sindrome di Gertrude. Alle 18 e rotti c'è già un sacco di gente, anche se l'inizio è previsto per le 19. Praticamente solo italiani. Quasi. Però, è evidente, più che per la Lella, sono qui per Daniel. Pennac. La Lella, i giovani italoparigini mica ce l'hanno tanto presente. Pennac sì.
La Lella, che non ho mai conosciuto, ma mi viene da chiamarla così, per me è una pietra miliare. La Lella è come fosse un alter ego riuscito dove io ho fallito. La Lella è milanese al cubo, un po' come me. Anche se pronuncia le parole da attrice, la cadenza è quella, la mia. La Lella ha fatto pure il Carducci. Appena qualche anno prima di me. E poi, come me, non si è laureata. Eccetera eccetera. Ricordo che una volta, fuori dal Ciak, quello vero, quello di via Sangallo, dissi a Ferrentino (Sergio, coautore di testi per la Lella, insieme a Massimo Cirri, all'epoca) che mi ero riconosciuta al 100%. Lui mi prese, giustamente, per il culo, ma io mi sentivo proprio come aveva detto la Lella sul palco: "castana dentro", che è, da allora, una delle mie battute preferite.
Dunque la Lella, per definizione, io la amo (son narcisa, ce lo sapete). Pennac, invece, lo adoro. Anche se ha rifiutato la mia amicizia su Facebook chissà perché (è amico di un sacco di miei amici e io sarei stata tanto lusingata che mi sarei alzata di un centimetro, ma amen). Gliel'ho pure scritto che sarei andata ugualmente ad ascoltarlo anche se si era comportato da stronzetto con me su fb. E chissene (lui, io, tutti in coro). By the way: Pennac ha scritto quella straordinaria saga dei Malaussène che ha spinto gli italiani della mia generazione ad adorare Belleville. E io ora, anche se forse non per molto ancora, a Belleville ci abito. Strike.
Beh, Pennac dal vivo non lo avevo mai visto. Pensavo fosse molto intellettuale francese, e lo è, un po' schivo, e lo sembra, e magari non tanto tanto bravo a parlare in pubblico. Invece è un drago. Intanto ha delle enormi, bellissime mani, dalle dita lunghe e affusolate, e le muove benissimo. Poi racconta storie ricche di humour, poesia, immagini etc. etc. La Lella, invece, replica se stessa. Non sa improvvisare, quel che racconta è tratto da uno spettacolo. O sta scritto nel libro (che ho pure comprato, per amore, ma che non consiglio. Né sconsiglio se è per questo. Inutile, direi). È timida, va bene, ce lo so. Anch'io del resto. Però in pubblico io tiro fuori il segno zodiacale cinese e brandisco la tigre che è in me. Lei finge. E sembra fasulla. Così, alla fine, mi intristisco. E i ragazzi accanto a me confermano: la Lella non gli è proprio piaciuta. Ufffff

martedì 27 aprile 2010

Ah, les italiens/1 - Visti dai francesi

giovedì, 08 giugno 2006

Nombrilistes*

S.B. 45 anni circa, direttore marketing e comunicazione
“Ah no, cara, in questo voi italiani siete esattamente come gli americani: non ve ne frega assolutamente nulla di quello che accade al di fuori della vostra penisola. Quello che capita fuori dall’Italia semplicemente, per voi, non succede. Siete inguaribilmente nombrilistes*”.

*Nombril significa ombelico, un nombriliste è dunque un tale smarrito nella contemplazione di se stesso, caduto nel gorgo della convinzione di essere l’ombelico del mondo.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)


foto: © Cettina Calabrò

lunedì 26 aprile 2010

Picnic della liberazione - The day after


Belle ciao

E grazie a tutti

(Davide Rossi, da Milano e dal Belgio con furore, ha detto che è stato il più bel 25 aprile vissuto da lui dopo quello del 1996 - quello, mitico, pieno di gente e ancor più di ombrelli, appena dopo le elezioni in cui per la prima volta il centrosinistra conquistò il potere e Prodi batté Berlusconi. Indimenticabile pure per me. E per tutti)

mercoledì 21 aprile 2010

Picnic della Liberazione


Noi a Parigi si fa così (istruzioni per l'uso cliccando il titolo).
E, naturalmente, si canta e si canterà Bella Ciao

martedì 20 aprile 2010

virginie sex bomb

martedì, 06 giugno 2006

Che sia chiaro, subito: virginie non è niente di speciale. Non brutta magari, ma neppure bella. Non magra, non grassa. Alta, ma nel genere altina, non una stangona. Castana castanissima: occhi e capelli. Niente sguardo di velluto, per dire. Per giunta: un naso importante e una bocchina insulsa.
Detto questo, talvolta ha un successo incredibile. Sabato, per esempio. Bisogna riconoscere che i miei interlocutori non erano del tutto sobri. E che il primo è abbastanza lontano dall’immagine apollinea dell’uomo dei miei sogni (alias il mio). Ma, insomma, ha dichiarato a tutti i presenti, pinocchietto compreso, che è innamorato di me. E ha ribadito a Mr. pinocchio che, per carità, mai e poi mai tenterebbe di inserirsi in una coppia così bella e felice come la nostra, però che, insomma, se io fossi libera ecc. ecc. Racconto questo solo per l’insistenza con cui ha ripetuto le sue dichiarazioni, ma il vero punto è un altro.
Il punto ha 28 anni (io 44 per i distratti), è piacevole, per non dire decisamente carino, piuttosto sensuale, assolutamente disinibito. E, soprattutto, di sesso femminile. Regolarmente fidanzata con un maschietto. Presente alla danza di seduzione della sua donna, proprio come pinocchietto. Per la prima volta nella mia vita sono stata evidentemente, eroticamente, esplicitamente concupita da una femmina. Credo di non essermi mai sentita tanto lusingata in tutta la mia vita.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

domenica 18 aprile 2010

E se Polanski

Ieri sera ho visto l'ultimo film di Roman Polanski, L'uomo nell'ombra. Bello. Ma non è questo il punto. La storia, scritta da Robert Harris, ex giornalista ed ex amico di Tony Blair, è liberamente ispirata alla figura dell'ex primo ministro britannico. E non si può dire che Blair ne esca bene. Ancor peggio ne esce la moglie, Cherie (nel film Ruth).
Fin qui tutto bene. Anche perché, a ben pensarci, a Harris non è successo nulla. Non così possiamo dire del regista del film: Roman Polanski.
"Dopo la fine delle riprese Polański è stato arrestato il 26 settembre 2009 all'aeroporto di Zurigo, e di conseguenza la post-produzione del film è stata sospesa. Dopo il suo rilascio il regista è stato messo agli arresti domiciliari, periodo in cui ha continuato e terminato la lavorazione del film". Così Wikipedia, ma, per virginie, si tratta solo di una conferma: Polanski viene arrestato per un delitto commesso 35 anni fa, per il quale, fino all'altro ieri, nessuno aveva mosso ciglio (o quasi). In Svizzera, nei pressi di casa sua, casa che possiede da tempo. Giusto giusto alla fine delle riprese di un film che insinua stretti rapporti tra Blair e la Cia (di più non dico, potrei guastarvi la visione). Sarà una coincidenza? Come? No?


(nella foto: Tony Blair al College, foto con paglietta. Nel film se ne vede una di Pierce Brosnan/Adam Lang/Tony Blair praticamente identica)

L'ultima dichiarazione di Polanski riguardo al suo arresto e alla sua richiesta di estradizione (che niente ha a che vedere col mio post) la trovate qui

venerdì 16 aprile 2010

Il peso del confessionale

martedì, 23 maggio 2006

H. 11.00 - Plin plon
Mi alzo dal dondolino imprecando contro il postino. Apro la porta e mi trovo davanti Eva. Vestita di tutto punto, truccata, in perfetta forma, quando appena dietro le mie spalle si nasconde un appartamento in cui ogni cosa è fuori posto: il bucato steso nel salone, gli avanzi della colazione ancora sparsi sul tavolo in cucina, giornali aperti, ritagliati, stropicciati e strappati ovunque. E, onta peggiore, virginie in tuta da ginnastica versione “sono sveglia da quasi tre ore ma ancora non mi sono ripresa”. Comunque, Eva entra e, simultaneamente, mi dice: “Lascio Adamo”. Con una coerenza stratosferica rispondo offrendole un caffè (cca’ vulite ffa’?, sono italiana).
Poi comincia il racconto, sedute sul divano, in mezzo al caos mattutino che si inoltra fin verso il pomeriggio chez virginie. Suona il suo cellulare, il caffè sale, pausa. E si ricomincia: Adamo beve, Adamo la sta distruggendo, le psi (una, due, tre) dicono che se non se ne va è persa, Adamo l’ha pure menata e l’ha mandata in ospedale. Una volta, per ora.
Adamo a me piace: mi fa sesso (niente paura, Pinocchietto è al corrente). Per di più mi piace parlare con lui, siamo in sintonia su un sacco di cose. Come dire? un bel tipo, che flirta quel tanto che basta perché io lo trovi davvero gradevole. Eva lo ama, ma non basta.
Finora Adamo ed Eva sono stati due buoni vicini, non degli amici: ci siamo visti in totale quattro volte in sei-otto mesi. Fondamentalmente non conosco Adamo come non conosco Eva. Eppure, appena due ore fa, Eva è stata qui, a piangere sul mio divano. E da allora ho qualcosa che mi trema dentro.

Dalla mattina raccontata qui sopra sono trascorsi quasi quattro anni. Nel frattempo Eva è tornata con Adamo. Una volta, due, forse tre. Ora ho perso il conto e non so più se vivono insieme o no, se si sono definitivamente lasciati, se sono convolati o che altro. L'ultima volta che Eva mi ha chiamato sarà stato un anno fa ed erano "definitivamente separati". Pinocchietto e io, comunque, intanto ci siamo trasferiti ;)


(nella foto: Tentazione di Adamo ed Eva di Masolino da Panicale - Cappella Brancacci, Firenze)


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

giovedì 15 aprile 2010

Questo è il mio sindaco

Copio da Le Monde di oggi:
"Tous les amoureux de Paris ont droit à cette audace de repenser Paris à partir de son fleuve, en enlevant des voitures à certains endroits, en réduisant leur nombre à d'autres, en ayant toujours cette vision urbaine, esthétique et conviviale."
Déclaration du maire de Paris, Bertrand Delanoë, qui a présenté mercredi son projet d'aménagement des berges de la Seine. D'ici deux ans, l'élu socialiste veut "donner à Paris une occasion de bonheur" : 15 hectares, dont 4,5 en bord de fleuve, "seront totalement rendus aux usages sans voiture", entre le Musée d'Orsay et le pont de l'Alma.
C'est à dire: il signor Delanoë vuole chiudere parte dei lungoSenna al traffico automobilistico (quelli proprio a bordo fiume, sugli argini) e trasformarli in giardini, piscine, ricchi premi & cotillons per parigini e non. E se ne fotte delle critiche degli autodipendenti. Lunga vita a Delanoë.


P.S. se clicchi sul titolo, questa volta ti ritrovi al post precedente. Ché mi sembra si legassero bene

E vai

lunedì, 10 marzo 2008

Ieri è stata la mia prima volta. La prima volta che votavo a Parigi, per eleggere il sindaco della mia città d’adozione. Altri europei hanno già votato, nel 2001, ma, allora, io non potevo ancora. Dunque, vabbè, è una seconda volta in assoluto; una prima per me.
Sconcertante. Ho ricevuto a casa la tessera elettorale e, successivamente, programmi e liste dei partiti (almeno così credevo) che si presentano nel mio arrondissement, il X. Come dice mia nipote, avevo già “ma petite idée” ma ho letto i programmi di tutte le liste suscettibili di interessarmi anche solo vagamente.
Bene. Ieri mattina, con Pinocchietto, ci siamo presentati al seggio. Spudoratamente vicino. Potessi abbattere il muro in fondo al cortile sarebbe praticamente dentro casa. Invece ci tocca fare il giro dell’isolato.
Tergiverso. Comunque: entro e porgo tessera elettorale e passaporto alle persone all’ingresso. Firmo e mi consegnano una bustina (diciamo 6X8 cm) azzurra. La Bic mi rimane in mano. Sorrido come l’oca che sono e dico al signore che mi sta di fronte “la tengo?” (da noi ti danno una matita copiativa, ma magari qui si vota a penna, mi dico). “Mi piacerebbe regalargliela”, risponde lui, “ma, sa, sarebbe proprietà dello Stato”. Ri-sorrido ebete e avanzo verso la cabina (insomma, cabina, una specie di coso con tendina). Entro, apro la bustina, constato che è vuota. Esco. Mi scontro con Pinocchietto e gli dico: “è vuota. Mi sa che bisogna prendere quei foglietti lì”. I foglietti sono identici alle liste che ho ricevuto a casa. In effetti non sono né foglietti né liste: sono bollettini di voto. Ogni lista ha il suo e ogni elettore ne prende almeno due, di liste differenti, e poi in gran segreto ne infila uno nella bustina azzurra. Mah.
Mi impossesso di tre bollettini, glisso il mio nella busta e ficco quelli inutilizzati in borsa (che altro avrei dovuto farne secondo voi?).
Poi mi presento al tizio che sta dietro il banco “elettori europei” e il tizio mi invia all’altro banco (M-Z. Ottimo. Di cognome ci sto dentro ma resta che non sono franzosa). Manco a dirlo il tizio 2 dell’altro banco non mi trova. Interviene la presidente e dice: “deve essere tra gli europei” (ma va?), “ma, aggiunge, perché l’altro signore (alias pinocchietto) era tra i francesi?” (e che ne so io?). Comunque mi trovano, dunque posso votare e firmare. Poi, udite udite, mi propongono di tornare a sera a fare la scrutatrice. Ora, in Italia non l’ho mai fatto, però. Però Pinocchietto parte questa sera, alle 20 sarò a casa da sola (vabbè, soreme m’ha pure invitato, ma, insomma, lasciatemi pietire) e perché no?
Vado. 19.55 sono al seggio. Dove scopro che vivo in uno degli arrondissement più a sinistra della capitale e che il nostro è il seggio più a sinistra dell’arrondissement. Bingo. Qui le sinistre unite avrebbero il 75% e il sindaco socialista risulterebbe già eletto (ma, visti i risultati globali, pur essendo largamente in testa, dovrà andare al ballottaggio). Ve l’ho scritto che qui sono a casa, finalmente.

(P.S. l'originale viene da un blog ormai morto. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

Ommi ommi

lunedì, 22 maggio 2006

Il Caimano, qui, esce mercoledì, ma, naturalmente, i signori giornalisti che vanno a Cannes l’hanno già visto. Mi pare piaccia, come sempre Moretti quassù, e pure di più: “Per quale strano paradosso Il Caimano si rivela il film più forte realizzato fino a oggi da Nanni Moretti?” si chiede oggi “Le Monde”. Quello che mi turba è la risposta: “per via della sfida fondamentale che raccoglie e rilancia: mostrare perché l’Italia, questo paese benedetto dagli dei sotto ogni punto di vista, produce regolarmente una tossina più o meno prossima al fascismo”.
Così quattro anni fa. E la tossina è ancor più tossica oggi.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

mercoledì 14 aprile 2010

Il capitalismo dello spazio

venerdì, 19 maggio 2006

L’autore è irlandese: Chris Lee e il titolo originale della pièce, scritta nel 1999 è “The Map Maker’s Sorrow”. In Francia è stata messa in scena una sola volta. Pinocchietto e io siamo finiti per caso a vedere «La Douleur de la cartographe», al “Lavoir moderne parisien” (poi replicata a settembre al Théâtre du Chaudron, Cartoucherie di Vincennes, come indica la locandina): uno degli attori è un caro amico. Tuttavia siamo usciti, noi come tutti gli altri spettatori, amici e no, davvero soddisfatti. Contenti no, perché la pièce è amara. Il contenuto era ben riassunto sul sito del Lavoir moderne: “Che cosa resta all’idealista quando il suo ideale crolla? Al politico utopista di fronte al cinismo della realtà? Alla cartografa impegnata quando il canale del Rajastan è distrutto? Ogni spazio è in fin dei conti uno spazio capitalista. Allora trova tu la carta per uscire da quest’inferno, povera cosa arrogante, senza pietà, senza emozione, invalida, fallita”. E persino il Figaroscope ha riconosciuto che si tratta di “una bella pièce. Montata con intelligenza”. Per me è uno di quegli spettacoli che fanno venire voglia di andare a teatro ogni sera.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

martedì 13 aprile 2010

Matinée

Siccome sono torda, questa mattina sono andata al Louvre ma non avevo ben capito cosa mi sarebbe toccato vedere (si fa per dire, neh?). Avevo letto almeno dieci volte “Capolavori del museo del quai Branly al Louvre: già 10 anni”, ma, visto che ignoro o, forse, ho dimenticato la storia, non sapevo bene che aspettarmi. Stupido essere che non sono altro: quel che dice il titolo, capolavori di arti e civiltà d’Africa, Asia, Oceania e Americhe (esattamente come al museo etnografico del quai Branly) in versione Louvre.
Si comincia con l’Africa e il cuore mi fa un balzo quando vedo un feticcio beninese (la dida è più complessa. Recita: scultura fon in ferro dedicata a Gou, divinità del ferro e della guerra, attribuita a Akati Ekplekendo. Prima del 1858), che, purtroppo, non posso mostrarvi perché non ho il permesso di fare foto. Poi c’è una sorta di tavolo-vacca che vorrei tanto a casa mia e una specie di porcospino che è più vudù del vudù di cui sopra. E mi dico che, eh sì, l’arte africana se la conosci non puoi non amarla.
Mentre mi beo del mio squisito senso estetico vengo colpita e affondata dal magnifico mostro blu che si vede nel biglietto d’invito riprodotto qui sopra: con un paio di passi sono trasmigrata in Oceania e, appena oltre, sono già in Melanesia. Il mento mi cade sul petto di fronte al volto in pietra dell’Isola di Pasqua, che riconosco immediatamente anche se laggiù non ci ho mai messo piede. Massimo rispetto e mutismo totale e improvviso. Per fortuna a ridarmi il dono della parola ci pensano gli hawaiani; i quali hanno concepito una testa di dio dai denti così aguzzi che fa quasi paura. Con il trapasso in America centrale e meridionale mi ritrovo a casa: individuo immediatamente una stele Maya. E, subito dopo, quasi mi commuovo di fronte a un enorme totem nordamericano.
Wow. Quasi troppo. No, in verità, giusto giusto: oggetti stupendi messi in valore dall’allestimento minimalista. Li si gode meglio che allo sfolgorante museo del quai Branly, che resta uno dei miei preferiti, ma è un luogo dove ogni volta rischio l’indigestione da immagini.
Esco gaia come una trottola e incrocio nuovamente gli stessi militanti di Culture Sud Solidaires, che già mi avevano accolto all’ingresso e che mettono doverosamente i puntini sulle i: “L’apertura del padiglione delle Sessioni è stata una svolta importante nella storia dello sguardo rivolto dall’Occidente alle arti e alle civiltà in esame, ovvero ai tre quarti dell’umanità e a sei mila anni di storia del mondo. Ma qual è lo sguardo che si rivolge ai popoli stessi quando ogni giorno lo Stato viola i principi umani più elementari, quando si arrestano i bambini, si mettono i poppanti in centri di detenzione amministrativa, si separano coppie e famiglie, si obbligano liceali e studenti a lasciare gli studi, si perseguitano gli esuli eccetera eccetera eccetera?”. Non so quanto la protesta sia pertinente (questo per colpa mia), ma sì, certo, siamo tutti a fare “oh bei oh bei” davanti, che so, a un gioiello azteco, e gli indios de’ noantri li prendiamo a bastonate e calci in culo. Sì, certo.
By the way, ritiro il volantino d’ordinanza e passo oltre. Attraverso così la porta dei leoni, che, lato Corte, sono in realtà leonesse, e passo per i giardini del Louvre, la parte alta delle Tuileries, tra statue, bella gente che fa jogging e turisti più o meno svaccati. Parigi sotto il sole è così bella che non riesco a fare a meno di scriverlo su Facebook, così lo condivido (va’ che l’è scema forte, la virginie).
E sono in anticipo: un quarto d’ora da buttare. Però sono ormai a Palazzo Reale, dove da almeno dodici anni acquisto il mio profumo: Ambre Sultan. Anzi, già che ci sono, oggi potrebbe essere il giorno in cui provo a tradirlo e scelgo una nuova fragranza per l’estate (ma solo per l’estate, neh?). Felice come un fringuello avanzo e vedo una troupe televisiva in area boutique profumo. Mmmh, no, dai, dimmi che non stanno proprio lì. E invece sì. Ergo niente profumo nuovo. Si vede che non era cosa.

P.S. solo per ze: non rompere, neh? Sono in fase profondamente tralfamadoriana e tutti gli istanti sono per me diversamente e simultaneamente presenti. Baci

lunedì 12 aprile 2010

Canna libera

giovedì, 18 maggio 2006

La notizia è più che ammuffita: il fatto accadeva 30 anni fa. Nel 1976, infatti, in Francia, il “Collectif d’information et de recherche cannabique” lanciava un appello, intitolato “18 joint”, allora pubblicato su “Libération” e firmato da eminenti personalità, per parlare di fumo. La cosa nuova è che l’appello è stato ripreso ora, nel 2006, da intellettuali e politici francesi, che invitano “i partigiani della legalizzazione della cannabis (...) a uscire dalla clandestinità e a interpellare i partiti politici sulle soluzioni pragmatiche che contano di prendere per piantarla con una proibizione il cui insuccesso è evidente”.
L’odore che si spande nell’aria ha persino più di 30 anni, un sentore di “siamo realisti: chiediamo l’impossibile”. Corro a firmare. Mentre dai fianchi mi spunta un gonnellone a fiori e ai piedi mi compaiono un paio di zoccoli dalla suola di legno.



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mercoledì 31 marzo 2010

Il fondo del barile (anche allora era tempo di elezioni)

venerdì, 12 maggio 2006

Raschia raschia qualcosa si raccoglierà ancora: ho ricevuto la cartolina per le elezioni comunali di Milano. Non solo io, pure mia sorella. E basta. Altri parigini milanesi no. A quanto pare, ho appena telefonato all'Ufficio Elettorale di Milano, ho diritto a partecipare alle elezioni del vostro sindaco, cari ex concittadini. Non si capisce, e l’impiegata che mi ha risposto ne sa parecchio meno di me, perché io riceva questa cartolina per la prima volta (quattro anni fa manco l’ombra, tanto per dire) né si capisce perché la mia amica Ale, per esempio, milanese che sta qui da vent’anni, non l'abbia ricevuta mai.
Il fatto è che, in maniera del tutto incongruente e grazie al completo delirio amministrativo globale, potrei contribuire a votare due sindaci: il vostro e il mio, quello di Parigi.
A questo punto mi piacerebbe rivendicare un diritto pure per quello di New York.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)



(nella foto: quadro in vendita su Terranova)

martedì 23 marzo 2010

Aspettando Hemingway

giovedì, 11 maggio 2006

Vabbè, d'accordo, l’ho detto un milione di miliardi di volte, io a Hemingway ho sempre preferito Scott Fitzgerald e non me ne frega una cippa se siamo d’accordo solo la mia amica Luciana (nel frattempo ne ho recuperata un’altra, Ligia). Però, anche se là ci andavano entrambi, anche se entrambi hanno abitato a Parigi e anche se erano due spugne da far invidia a Capitan Trinchetto, nel caso specifico Hemingway suona meglio per il mio programma serale. A Parigi, finalmente, sembra sia primavera, con tutto il trallallà che la segue: profumi, voglie, fregole, luci, sguardi e via enumerando incantati. Perciò stasera voglio ffa’ l’ammericana, dunque rendez-vous con Pinocchietto per un Oyster cocktail alla Closerie des Lilas: tre ostriche Special (di quelle quattro stagioni) annegate nel Bloody Mary. Poi passeggiata, cinemino, cenetta, cannetta, letto. Elle n’est pas belle la vie?


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(nella foto: Ernest e Fidel, 1960)

domenica 21 marzo 2010

Bambola stonata

Savez-vous qu'est-ce que c'est "una sòla"? E no che non ce lo sapete: una sòla è un pacco, una fregatura, una cosa praticamente intraducibile. Se "ti tiro un pacco", je te pose un lapin, ma se un film, uno spettacolo teatrale, una mostra è un pacco, diventa una "déception" o, al limite, un "navet" oppure addirittura un'"arnaque", un imbroglio. Vabbuò, tanto per cambiare, son quella dalla premessa lunga. E, a volte, rifletto per giorni, manco fossi un mammut.
Morale: il 5 marzo sono andata a vedere l'ennesima messa in scena di "Casa di bambola", dramma ibseniano che ho già visto in nonsoquante versioni. La ragione principale che mi ha spinto a ri-vedere "Maison de poupée" era la presenza di Audrey Tautou. Come per qualsiasi pirla che va a teatro solo per vedere le star. Sì, no, forse. A me, a dispetto di quanti la trovano detestabile, Audrey Tautou piace. virginie ha trovato Il favoloso mondo di Amélie irresistibile, anche se mille miglia lontano da Delicatessen (ma non era con la K?), firmato pur'esso da Jean-Pierre Jeunet. Insomma, non foss'altro perché Audrey Tautou È Amélie Poulain, virginie un po' la ama. Ergo era curiosa di vederla a teatro.
Mal glie ne incolse: una merda. Insopportabile. La scelta della regia, riassunta in una frase di Ibsen che penso sia inutile tradurre "La vie n'est pas triste - la vie est ridicule - et ça, c'est insupportable!" (frase peraltro squisitamente condivisibile), si traduce nella rilettura di Ibsen in chiave comica. Un dramma che ambisce a diventar commedia. Non è neppure la prima volta: è la stessa scelta, altrettanto deplorevole (non da un punto di vista concettuale: tutto si può fare, ma bisogna esser capaci), che operò Robert Hossein, direttore del Théâtre Marigny, quando mise in scena Hedda Gabler alcuni anni or sono: Hedda Gabler versione vaudeville, con Emmanuelle Seigner nei panni di Hedda. Patetico. Anzi peggio: ridicolo. (Per fortuna, non molto tempo dopo, mi sono riconciliata con Ibsen, Hedda etc. etc. quando ho rivisto nei panni della protagonista di "Hedda Gabler" la sublime Isabelle Huppert). Voilà: mi spiace per i francesi, ma Ibsen versione commedia non funziona. Almeno nelle due versioni che mi sono sorbita finora. Di più: fa quasi vomitare. Come fa vomitare la recitazione, volutamente ridicola, infantile, sopra le righe etc. etc. di Audrey Tautou nei panni di Nora, la protagonista di "Casa di bambola". Non è colpa sua, lo so, è la scelta del regista (e co-protagonista) Michel Fau. Ma fa vomitare lo stesso.

Al Théâtre de la Madeleine fino al 27 maggio
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