martedì 31 agosto 2010

Poltergeist tradito

venerdì, 12 gennaio 2007

Confesso: sto per lasciarti. Caro il mio vecchio, adorato apparta- mento, dopo dieci anni di onorato servizio, ti abbandono. A fine marzo me ne vado, mi allargo. Niente di personale. Anzi, già so che mi mancherai, anche se sto elaborando il lutto da tempo. Non è colpa tua, ti assicuro. Non c'è ragione che ti ribelli. Nessun motivo per sollevare di botto il lato del lavandino in modo che io fracassi i bicchieri urtandolo. Nessuna ragione per far schiantare al suolo il portaspazzolino che è rimasto incollato alla parete per ben due lustri. Nessuno scopo nel far cadere le calamite che chiudono gli armadietti della cucina una dopo l'altra come foglie secche.
Se ti ho ferito ti chiedo scusa, non era nelle mie intenzioni. Giuro. Senza rancore.
virginie



(foto presa qui: http://aldaria02.a.l.pic.centerblog.net/np5dmgs6.jpg)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 6 agosto 2010

Pinocchietto e virginie sono finalmente entrati nell’età adulta

mercoledì, 13 dicembre 2006

Houellebecq le ficca in ogni libro. Di tanto in tanto un canale televisivo, una rivista o un quotidiano dedica loro un’inchiesta. A volte capita che qualche amico o amica italiani chiedano lumi al riguardo. Confesso, però, che ignoro l’argomento: non ho mai messo piede in una boîte échangistes. Ho svolto una microindagine personale e, a quanto pare, tra i miei conoscenti parigini il tema è altrettanto sconosciuto. S. mi ha raccontato che un’amica gli ha proposto una serata in un locale del genere, ma lui ha declinato l'invito. U. e V. sono uscite con almeno un tipo che le ha trascinate in una boîte échangistes ma se la sono data a gambe. S. si è fatta accompagnare da un tizio per buttare un occhio all’ambiente e farci un pezzo. Fine.
Stasera Pinocchietto e io ci siamo rifugiati a mangiare un boccone in una sorta di fast food alla francese, la brasserie di un Mercury Hotel. Parlavamo da italiani, a voce alta e agitando, come sempre, le mani. Un tizio al bancone, sulla trentina, ci lanciava qualche occhiata. Finché, preso il coraggio a due mani, si è deciso a interpellarci: “Secondo voi cosa c'è di là?”. Nel dirlo indica un varco. Lo guardiamo interrogativi e lui decide di andare a vedere. Torna e comunica: “è un hotel”. Brillante deduzione: siamo al Mercury. Ma poi aggiunge “avevo pensato potesse essere una boîte échangistes”. Virginie, la solita idiota, ammicca: “avrebbe preferito, eh?”. Il tizio sorride. Passano altri cinque minuti durante i quali Pinocchietto e io riprendiamo a parlare fitto. Il trentenne sta per terminare la birra e si riavvicina al nostro tavolo. Parla sempre con me. E mi informa: “Vede, là, ce n'è una, niente male, la conosce?”. “No”. “Beh, più tardi, dopo mezzanotte, ci vado. Magari potremmo rivederci lì”. Sorride e se ne va. Così anche Pinocchietto e io abbiamo avuto il nostro invito. La Carrie Bradshaw che c’è in me si interroga: funzionerà davvero così?


(foto da La Dépêche 11 agosto 2007: Toulouse coquin. Dans le bain avec les échangistes)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

mercoledì 4 agosto 2010

Dalle stelle alle stalle

venerdì, 08 dicembre 2006

Volevo proporlo a qualcuno, così ho evitato di parlarne qui. Alla fine non l’ho fatto: mi sono resa conto che le storie di insuccesso non interessano a nessuno. Almeno a nessun giornale italiano. Oddio, magari al Manifesto, ma a Parigi hanno un’ottima talpa: non credo aspettino me.
Veniamo al dunque. Da lontano può ricordare un po’ “Al mio giudice” di Alessandro Perissinotto, tranne che non si tratta di un giallo, ma di una storia vera. Il titolo, cosa piuttosto strana per la Francia, è in inglese: “So what”, l’autrice o, insomma, la protagonista è Catherine Birambeau, ex direttore di una delle trasmissioni di maggior successo di Canal+, la televisione via cavo francese. Tutto sta in quell’ex e la favola va al contrario (toh, ho scritto quasi la stessa frase di Astrid Eliard che ha recensito il libro su “Télérama” e pensare che non avevo ancora finito di leggere il pezzo). Catherine era una specie di semidio del cavo, poi, paf, licenziamento. E il vuoto: disoccupazione e piccoli lavori. Come vendere Tour Eiffel in miniatura sulla collina di Montmartre. Ora ha di nuovo un impiego: 35 ore etc. Ma ha faticato per averlo. La morale trovatela voi.

martedì 3 agosto 2010

E se ci facessimo una birra?

lunedì, 27 novembre 2006

Bah. Ho infine scoperto qual è il mio autentico talento: procurarmi grane. Sarà che la calma piatta tende ad annoiarmi un po’ ma, insomma, dopo mesi che ho problemi di collegamento con il wi fi decido che stamane affronto di petto Orange e sistemiamo la questione. Sì. Facile, naturalmente. Dopo circa 30 minuti di conversazione telefonica il brillante tecnico arriva alla stessa conclusione cui era arrivato il manuale di istruzioni già un mese fa: ho sbagliato a digitare la password. Peccato per entrambi che la password sia giusta e che io l’abbia controllata dalle 5 alle 6 mila volte. E peccato anche che se la soluzione fosse stata nel manuale di istruzioni ero bell’e che capace di trovarmela da sola. Ma vabbè anche gli scemi hanno tendenza a pensare che tutti gli altri gli somiglino. Comunque, mentre combatto al telefono con l’idiozia dell’operatore informatico ricevo un sms a dir poco sibillino. Viene dal direttore di una rivista italiana che si ritrova a essere anche una mia amica (sempre quella cui pensi tu p&p). Vuole un elenco di negozi per mercoledì (che poi lei e il suo editore incaricato - eh????? ma di che parla? - verrano a visitare venerdì) ma mi spiegherà meglio, se mi va, alle 5. Sono le 6 e 23 ho già rilanciato e ancora nessuno mi ha detto che cazzo devo fare. Ma resta che è per mercoledì. Ma negozi de che? per cosa? come? dove? quando? che le invio? le pagine gialle?
Intanto cade la linea con la France Telecom. Richiamo e mi viene detto che è impossibile aiutarmi perché il tecnico, evidentemente, sta sempre lavorando sul mio caso visto che la mia scheda cliente è occupata. Magari, spiega il solerte, il suo collega sta già cercando di richiamarmi. E il gentile operatore aggiunge che è normale che la linea sia caduta: passati i 30 minuti cade automaticamente (qualcuno sa se posso denunciarli per questo? Nel caso mi avvisi). Mi convince a riagganciare e ad attendere. Passa un altro tot di tempo durante il quale decido di fiondarmi alla ricerca di un monolocale per la mater qui a Parigi. Come se non avessi già combinato abbastanza guai con la ricerca dell’appartamento per me e Pinocchietto (siamo in trattative, ma probabilmente non finiranno mai). Vinco un appuntamento per domani (incastrato tra il baby-sitteraggio di Maya e le lezioni di spagnolo).
Richiamo France Telecom. Ottengo la stessa risposta di cui sopra salvo che l’operatore mi assicura che richiamano loro. Resto ferma sul ghiacciaio. Almeno su quel fronte. Nel frattempo mando mail di sollecito pagamenti all’universo mondo, chiedo copie di giornali usciti due o tre mesi fa, rispondo a due telefonate in contemporanea e chatto con Buenos Aires e con mia nipote.
Risultato: sono le 18.32 e non ho combinato una fava. Il wi fi è sempre morto. Non ho visto ‘na lira. Non so che mangerò stasera. E gli unici che dovevano chiamarmi (Orange-France Telecom e l’amica direttore) sono quasi gli unici esseri al mondo che non si sono manifestati.
Bon, che ne direste di una birra?


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

lunedì 2 agosto 2010

Messa nera

giovedì, 26 ottobre 2006

La scena è di per sé surreale: sto scendendo le maestose scale del ponte Alessandro III, un po’ svagata e molto miope, visto che non ho gli occhiali. Sui gradini due donne bionde stanno spazzando via foglie secche e cicche di sigaretta, cartacce e amenità. Passo dietro di loro e sento il tocco lieve di un manico di scopa che si appoggia sulla mia spalla. Muta, un po’ confusa e, soprattutto, sorpresa, sollevo il bastone e sto per porgerlo alla signora che l’ha appena lasciato cadere quando la sua mano si allunga nel nulla e afferra sicura il manico. Aveva appoggiato la scopa nel vuoto, evidentemente. L’altra strega sembra guardi verso di me ma è impossibile dire se la sua sia un’aria stupita, seccata o se abbia sollevato gli occhi perché ha avvertito una presenza.
Certa di essere ormai invisibile, giunta sulla banchina, procedo con il mio invito dimensioni A4 tra le mani, parallela alla Maison Tropicale di Brazzaville (nella foto). L’incanto, però, è svanito e vengo immediatamente richiamata all’ordine dal buttadentro: “Madame, per di qua”. “Volevo solo guardarla dall’esterno, girarle attorno”. “È meglio se lo fa all'interno del cordone”. Cedo. In fondo non ha nessuna importanza.
La casa è folgorante. Concettualmente sapevo di che si trattava, ma non avendo mai visto nessuna delle Maisons Tropicales di Jean Prouvé le parole “case costruite come automobili” avevano un senso tutto teorico. Ora sono qui e penso che in questa casa su palafitte, quasi interamente in metallo, potrei viverci. Persino vorrei, viverci. Le fessure, gli oblò blu, le pareti gialle, il balcone che gira attorno: magica. E non importa se, in fondo, non è altro che un prefabbricato.
Dietro di me un signore spiega a un altro che Prouvé, negli Anni 50, le aveva immaginate per l’Africa. Altro che bidonville. O, in un certo senso, ancora più bidonville, ma sublimi. “Ma non ha funzionato” chiosa in finale lo sconosciuto. Forse faceva troppo caldo? Ma i tetti di lamiera scarificano ben più di una terra nell’altro mondo, quello che non consideriamo mai, spesso nero, o giallo, o colorato. Non danno caldo, quelli?
Sul balcone incrocio Audrey Marnay, semi-insignificante come sempre e sempre eternamente giovanissima. È accompagnata da una ragazzina e dal suo cucciolo, biondissimo e, lui (o lei, non so granché della prole di Audrey Marney) sì, bellissimo. Una baby-sitter bambina per una mamma ragazza.
Sotto, i camerieri stanno aprendo le ostriche. Niente champagne a lato, niente succhi di frutta, niente acqua. Solo ostriche, limone e gusci. La gente seduta ai tavoli fa gli affari suoi: apre il MacBook, legge, chiacchiera. Il rito non è ancora cominciato. E io ho deciso che non vi prenderò parte. Semplicemente mi dissolvo.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)
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