lunedì 2 agosto 2010

Messa nera

giovedì, 26 ottobre 2006

La scena è di per sé surreale: sto scendendo le maestose scale del ponte Alessandro III, un po’ svagata e molto miope, visto che non ho gli occhiali. Sui gradini due donne bionde stanno spazzando via foglie secche e cicche di sigaretta, cartacce e amenità. Passo dietro di loro e sento il tocco lieve di un manico di scopa che si appoggia sulla mia spalla. Muta, un po’ confusa e, soprattutto, sorpresa, sollevo il bastone e sto per porgerlo alla signora che l’ha appena lasciato cadere quando la sua mano si allunga nel nulla e afferra sicura il manico. Aveva appoggiato la scopa nel vuoto, evidentemente. L’altra strega sembra guardi verso di me ma è impossibile dire se la sua sia un’aria stupita, seccata o se abbia sollevato gli occhi perché ha avvertito una presenza.
Certa di essere ormai invisibile, giunta sulla banchina, procedo con il mio invito dimensioni A4 tra le mani, parallela alla Maison Tropicale di Brazzaville (nella foto). L’incanto, però, è svanito e vengo immediatamente richiamata all’ordine dal buttadentro: “Madame, per di qua”. “Volevo solo guardarla dall’esterno, girarle attorno”. “È meglio se lo fa all'interno del cordone”. Cedo. In fondo non ha nessuna importanza.
La casa è folgorante. Concettualmente sapevo di che si trattava, ma non avendo mai visto nessuna delle Maisons Tropicales di Jean Prouvé le parole “case costruite come automobili” avevano un senso tutto teorico. Ora sono qui e penso che in questa casa su palafitte, quasi interamente in metallo, potrei viverci. Persino vorrei, viverci. Le fessure, gli oblò blu, le pareti gialle, il balcone che gira attorno: magica. E non importa se, in fondo, non è altro che un prefabbricato.
Dietro di me un signore spiega a un altro che Prouvé, negli Anni 50, le aveva immaginate per l’Africa. Altro che bidonville. O, in un certo senso, ancora più bidonville, ma sublimi. “Ma non ha funzionato” chiosa in finale lo sconosciuto. Forse faceva troppo caldo? Ma i tetti di lamiera scarificano ben più di una terra nell’altro mondo, quello che non consideriamo mai, spesso nero, o giallo, o colorato. Non danno caldo, quelli?
Sul balcone incrocio Audrey Marnay, semi-insignificante come sempre e sempre eternamente giovanissima. È accompagnata da una ragazzina e dal suo cucciolo, biondissimo e, lui (o lei, non so granché della prole di Audrey Marney) sì, bellissimo. Una baby-sitter bambina per una mamma ragazza.
Sotto, i camerieri stanno aprendo le ostriche. Niente champagne a lato, niente succhi di frutta, niente acqua. Solo ostriche, limone e gusci. La gente seduta ai tavoli fa gli affari suoi: apre il MacBook, legge, chiacchiera. Il rito non è ancora cominciato. E io ho deciso che non vi prenderò parte. Semplicemente mi dissolvo.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

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