mercoledì 15 dicembre 2010

Senza dimora

Vago. Così, smarrita, senza una meta precisa. Faccio quattro o cinque volte il giro dell'isolato. Deve essere così che ci si appropria (ri-appropria?) dello spazio. Mi sento particolarmente sola in questo periplo privo di senso: i milanesi infagottati sembrano tutti avere un obiettivo da centrare. Anche quando chiacchierano con il portinaio, come quella signora in via Appiani con quel cappellino ridicolo e quella erre da ricca sciura che non sentivo da anni.
Eppure manca qualcosa. Le strade di Milano (queste, le stradine attorno alla mia nuova casa. Nuova casa? Quale nuova? Quale casa?) sono vuote rispetto a quelle di Parigi: manca qualcosa. O, piuttosto, manca qualcuno. Manca la gente della strada. Quella che per strada ci vive. Parigi ne è piena. Stracolma. Tanto più in questi ultimi mesi, durante i quali, sarà la crisi o sarà quel che sarà, le persone che vivono senza casa sembrano essersi ulteriormente moltiplicate.
Mi sono sempre chiesta perché in Italia se ne vedano meno. E mi sono sempre risposta che, a mio avviso, li ammazzano. Chi vuoi che rivendichi la vita di una persona senza legami, senza parenti, senza amori, senza casa, senza soldi, senza? Vale a Milano come a Parigi, però. Ma resto certa che a Parigi li ammazzino meno.
A Parigi, poi, se ne parla. In Italia mi sa di no. Per esempio, proprio la settimana scorsa, sotto il metro di Parigi c'era una ragazza della strada, visibilmente ubriaca, che inveiva. Stavo sulla banchina opposta, con un gruppo di italiani in visita. Così ho chiesto al mio vicino: "ma secondo te perché in Italia si vedono meno senza dimora per le strade?". Mi ha venduto una strana teoria, a base di associazioni cattoliche. Foutaise, ho pensato (e sento che questo blog parlerà molto più francese, d'ora in avanti): che si crede? Pure a Parigi ci sono le associazioni che si occupano della gente della strada, pure più che in Italia se è per questo e, per giunta, non sono neppure necessariamente cattoliche. Ergo, no, non è una spiegazione, è una stronzata. La mia teoria spiega meglio i fatti, perciò in virtù del rasoio di Occam è probabilmente quella giusta (o, per lo meno, più giusta).
Rispetto alle mie ultime visite, comunque, la popolazione milanese della strada è aumentata: si conta in unità, ma ora si vede. Mi viene in mente quel bel libro di Laura Pariani, "Milano è una selva oscura" (nella foto sopra, la copertina). Vorrei sfogliarlo e rubare alla Pariani qualche frase, ma, naturalmente, non è con me. Il libro è restato a Parigi e virginie ora sta a Milano. Non so per quanto tempo le cose giuste non saranno nel luogo giusto. Forse per sempre, dato che sono io che non sono più nel posto giusto. Perciò del libro ne faccio a meno. E mi intristisco ancora un po'.
Poi finisco al Carrefour, quei mini Carrefour cittadini che in Italia proliferano mentre a Parigi stentano a decollare. Mentre sono alla cassa, sento la signora che sta all'accueil che dice: "no, non può uscire così, deve pagare, prima". Calma, senza urlare, ferma ma gentile. Alzo lo sguardo e vedo un senza casa, rosso e brillo, che tenta di guadagnare l'uscita con quattro o cinque bottiglie di vino rosso tra le mani. L'uomo si ferma e, nel frattempo, arrivano un paio di commessi. Uno prende dalle mani del senza casa il vino e torna a riporlo, l'altro attende di fianco alla signora dell'ingresso. Il primo, evidentemente un capocommesso, torna, porge al senza casa un cartone di vino e lo invita a uscire. Il senza casa ne vorrebbe ancora e poi vorrebbe anche ciacolare con la signora. Ma lo accompagnano all'uscita. Senza violenza. Senza clamore. Beh, confesso: una scena così a Parigi non l'ho mai vista.

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