sabato 12 novembre 2011

C'era una volta un bel comune rosso

Salviamo il salvabile (vedi post precedente).
Questo post mi sembra (mi sembra, neh) meriti di essere letto ancor oggi. Se cliccate sul titolo trovate l'originale con i commenti. In ogni caso:

mercoledì, 23 aprile 2008

Scendete dai cavalli, trattenete le mute: non ho intenzione di parlare di Sesto San Giovanni e, se è solo per questo, neppure d'Italia. Voglio parlarvi di Montreuil, cittadina alle porte di Parigi, sospetta di "boboizzazione" selvaggia (dove per boboizzazione si intende l'invasione dei bobo, bourgeois bohémiens, borghesi ma a sinistra). La conferma della boboizzazione? Le ultime elezioni hanno premiato i verdi (tesi: i bobo stanno a sinistra sì ma non troppo) al posto dei comunisti. Peccato che la tesi sia fasulla. E ancora più peccato per me ché, visto che non si tratta di boboizzazione, l'elegante rivista patinata che voleva presentare Montreuil come buen retiro bobo non sia più interessata all'argomento (né alla verità).
E ora la storia. Montreuil è, ed è rimasta, una cittadina popolare. Quando si scende al capolinea della linea 9 della metropolitana alla Mairie de Montreuil, cioè al municipio, di tipica architettura fascista (è del 1935), non si può fare a meno di notare che i volti colorati superano in numero quelli bianchi: come in tutte le banlieues non ricche, a Montreuil abitano moltissimi immigrati, provenienti dai paesi più diversi. C'è un'importante comunità ebraica e una, ancor più importante, islamica.
La cittadina è fiera della sua storia, della sua chiesa del XII secolo in cui fu battezzato Carlo V, tanto per iniziare, delle sue radici nel lavoro: anima rurale prima, poi, dalla rivoluzione industriale, operaia. Le banlieues si formano appunto nel XIX secolo, sono i luoghi dove vivono operai e immigrati (dal primo dopoguerra Montreuil ha conosciuto una forte immigrazione polacca, italiana e poi algerina).
Le "nuove popolazioni" arrivano invece con la delocalizzazione delle fabbriche; a Montreuil rimangono grandi capannoni vuoti che cominciano a essere occupati da artisti. Poi, una decina di anni fa, cominciano ad arrivare pure i bobo, per natura amanti dei loft e in cerca di luoghi a prezzi meno proibitivi di quelli della capitale. Il fenomeno della "boboizzazione", dunque, non è nuovo. Ed è reale.
A Montreuil mi hanno tuttavia offerto una lettura molto diversa del voto alle recenti municipali (quando il sindaco Brard, ex comunista, ha perso dopo 24 anni di potere - e 70 di sindaci comunisti - contro la verde Dominique Voynet) rispetto a quella di Andres Perez (che a Montreuil ha dedicato un articolo su Publico, ripreso dal Corriere Internazionale): gli elettori a Montreuil sono soltanto 49 mila e decisivi per Voynet sarebbero stati 3.000 voti della destra e 1.000 voti di islamici integralisti. A conferma di questa diversa lettura mi hanno dato un volantino della Federazione del culto delle associazioni musulmane di Montreuil, in cui si invita a votare contro Brard (Voynet avrebbe già in parte risposto a questa fetta di elettorato, visto che la sua prima azione da sindaco è stata quella di abolire il divieto di ingresso a chi porti il velo in consiglio comunale; nella sua interpretazione, diversa da quella di Brard, il consiglio comunale non è un luogo pubblico). I bobo, in ogni caso, non c'entrano: a quanto pare non sono loro che, modificando il tessuto sociale, hanno spostato l'asse da una sinistra rossa a una verde.
Dunque il pezzo su Montreuil in Italia non si leggerà mai. Peccato. Soprattutto per le mie finanze.

venerdì 11 novembre 2011

Questo post non ha nulla di nuovo

Questo post non ha nulla di nuovo, ripeto. Al contrario, risale a mercoledì 9 settembre 2009 (toh, 9.9.9, non mi sembra nessuno avesse fatto tanto casino, all'epoca, ma, magari, mi sbaglio) e proviene da un blog che è morto, il mio vecchio blog, quello che talvolta linko ancora qui. Beh, finora era morto, ma, volendo, poteva ancora essere letto. Dal 24 novembre non più: la piattaforma che lo ospitava, splinder, chiude. Peggio, si trasforma: in un sito commerciale, pare. E tutti i blog su splinder spariranno. Si possono traslocare (per esempio io bloggo offre un sistema di trasloco pressoché automatico, ma io ci ho già provato due volte e il risultato è un bello zero). Ergo virginie? sparirà dalla blogosfera. Poco male, mancherà, e non so neppure quanto, solo a me. Anche se, a pensarci bene, grazie a 'virginie?' ho conosciuto persone che ancora frequento. E che apprezzo infinitamente. Vabbè, aveva comunque esaurito il suo compito, si vede.
E intanto salvo qui uno degli ultimi post (e magari qualcun altro nei prossimi giorni, chissà).

Più o meno l'avete già letto/scritto tutti. Dei blog che linko qua di fianco pochi rimangono in vita. La voce del maestro si è estinto pochi giorni fa, il bello della moto si è cancellato dalla blogosfera (ed è sparito dagli amichetti, infatti), Il titolo non c'è ci ha abbandonato qualche tempo dopo una lunga riflessione (attorno al 14 luglio se non sbaglio) per poi riapparire come niente fudesse a fine agosto. Il blog è morto? E chi lo sa e, soprattutto, chi se ne frega. unduetrestella sopravvive, malgrado la ormai cronica mancanza di post, in quanto mamma di tutti i miei blog ma, forse, mi deciderò a trasferirlo su blogger perché splinder non mi soddisfa più. E ri-chissenefrega.
Vabbè, vi racconto la mia ultima passeggiata nel quartiere: rue Oberkampf si è arricchita di un mucchio di localini e negozi nuovi (sempre più fighettina, insomma), la boboizzazione della rue Parmentier prosegue nel X dopo aver già invaso l'XI arrondissement, resiste ormai quasi solo la rue du Faubourg du Temple. In compenso (in compenso?) si sono moltiplicate le saracinesche chiuse (per esempio un fioraio in rue Saint-Maur che si dichiara in vacanza fino al 20 agosto e a ieri stava ancora chiuso). I doppi effetti della crisi.

domenica 6 novembre 2011

governo sì, governo no, etc. (sottotitolo: Paolo Cirino Pomicino)

Va bene, avrei dovuto farlo subito, fustigatemi quanto vi pare. Lo faccio adesso, invece. Forse un po' tardi, ma lo faccio.
Domenica scorsa mi sono trovata, sul FrecciaRossa Roma-Milano, a condividere lo scompartimento, tra gli altri, con Paolo Cirino Pomicino. Signore garbatissimo, alla napoletana, estremamente cortese. Il quale, tuttavia, ha spesso parlato al cellulare. Senza alcuna reticenza o pudore, facendo di conversazioni private conversazioni pubbliche. Le sue conversazioni, privato-pubbliche, riguardavano tutte, con poche eccezioni tra cui la situazione di Cassano (Cirino Pomicino è medico, dopotutto), l'attuale governo e la sua eventuale caduta. Il senatore, a vita, parlava della maggioranza, del governo, della sua tenuta e di quel che bisognava fare, come fosse nel suo ufficio. Ergo io ho sentito, come ha sentito mio marito e quell'altro signore che condivideva con noi lo spazio-salottino del FrecciaRossa. Di che parlava? Del fatto che il governo è decotto, "oggi Antonione è uscito dalla maggioranza. Altri usciranno domani". "Bisogna parlarne con Gianfranco". Fini? O ha detto Giancarlo e io ho sentito male? E, in tal caso, Giancarlo chi è? "Ci avviamo verso un altro governo. A capo? Amato o Bini Smaghi". Fatene quel che ne volete. Io ve l'ho detto. Ora. In ritardo, d'accordo.

giovedì 27 ottobre 2011

Amiche

E va bene, bisogna ben dirlo. Ci sono aspetti impagabili di Milano: le amiche. Ieri due, in un solo giorno, mi hanno detto la stessa cosa: "sono contenta che tu sia tornata a Milano". Non sono d'accordo, ma, perdio, quanto fa bene. E quanto sono belle, complesse, intelligenti, donne, persone, umane, incomprensibili, comprensive e, in una parola, meravigliose, le mie amiche? Quasi quasi fa quasi bene essere rientrata a Milano.
(Posto che Parigi mi manca come fosse una mano destra, sia chiaro)



(nell'immagine: Amiche by Giampaolo Ghisetti, oil on canvas 90×80)

mercoledì 24 agosto 2011

La legion del disonore - Benvenuti a Milano

Dedicata a tutti quelli che "eh, ma come la fai lunga", "dai, su, Milano, in fondo, non è poi così male", "ma non sei contenta di non essere più circondata da francesi?" e simili dolorose amenità.

Milano, via Vittor Pisani. Quasi centro, direi. Il luogo si chiama "Farinami" e già il nome meriterebbe la fustigazione. Chi non ha mai peccato di cattivo gusto, tuttavia, scagli la prima pietra. Il problema, come spesso, è il perseverare. Si faceva una certa qual fatica a farinarsi, ma, perdiana, a "maneggiare con gusto" davvero non ce la si può fare.


Ah, già, scordavo, siamo nella patria del bunga bunga. In ogni caso sfido chiunque a trovare un'insegna a tasso di volgarità affine a Parigi.

mercoledì 22 giugno 2011

La mia madeleine è uno speciale


Cominciai a bazzicare in zona quando avevo dodici anni. Il perché non credo lo racconterò mai su questo blog. Tanto più che in questo caso non ha nessuna importanza. Quel che mi sfugge è perché andassi al bar Magenta. Forse al traino di ragazzi più grandi, chissà. Per certo a 12 anni non bevevo birra. Neppure mi piaceva, a 12 anni, la birra. E non bevevo nemmeno caffè. Del resto neppure quello mi piaceva. Magari bevevo la cioccolata calda. Ma a guardare dagli Anni 11 del 2000 gli Anni 70 del secolo scorso trovo estremamente improbabile che al Magenta facessero la cioccolata calda. Magari la facevano apposta per le bambine come me. Ché, altrimenti, che altro avremmo potuto bere al Magenta?

Non lo persi mai di vista negli Anni 70. E, nel frattempo, a 16 anni o giù di lì, cominciai a bere birra. E anche caffè, a dire il vero. Ed è lì che iniziai con lo "speciale". Non ricordo chi mi iniziò. Probabilmente un carducciano a caso, un giorno in cui una manifestazione si era sciolta attorno a Cadorna. Non so dire se lo "speciale" sia buono: pancetta, caprino, salsa di vattelapesca e nonsochealtro. Però credo di non aver mai preso un altro panino al Magenta. E neanche so che altri panini facciano al Magenta, a dire il vero.

Poi ci fu un bar Magenta indimenticabile. L'unico dove forse non misi mai piede. Gli Anni 80 per me furono molto poco anni da Bar Magenta. Ricominciai, e molto, molto saltuariamente, solo ad Anni Novanta inoltrati, quando il Magenta non era più quello del "Vizio dell'agnello", il migliore ritratto che mai ne fu fatto, a mio avviso. Nato, ai tavolini del "Tre Gazzelle", in corso Vittorio Emanuele, dalla stilografica del Pinketts: "Il bar Magenta a mezzanotte era gonfio di varia umanità. La birreria storica era stata per qualche anno ricettacolo di gente "fuori", secondo una definizione inelegante e imprecisa. La gente "fuori" una volta entrata nel bar Magenta diventava automaticamente gente "dentro". Fuori restavano solo quelli che non entravano nel bar Magenta perché lo immaginavano come le prime nuvole del paradiso artificiale. Il locale era vasto e molto suggestivo. I baristi non facevano servizio ai tavoli e ogni volta era una lunga fila alla cassa, assediata da marinai di una città senza mare, da sirene femministe che guai se toccavi loro la coda, da piccoli spacciatori e da finti rivoluzionari che aspettavano lì che il mondo cambiasse. Invece era cambiato il bar Magenta. Dopo qualche piccolo, timido tentativo, il resto del mondo si era fatto coraggio ed era entrato al Magenta. Lo aveva inondato di presenze eterogenee, poliziotti e fotomodelle americane, studenti universitari e commesse, fotografi e compagnie di solari innocuità. I proprietari avevano aumentato i prezzi. La rivoluzione era fallita. Il tempio era stato sconsacrato. Tutti, proprio tutti, almeno una volta nella vita mettevano piede al Magenta. Le ragazze alla pari tedesche posavano i loro grossi sederi sulle ginocchia di liceali della scuola americana di Milano. Il locale era diventato più vivo proprio perché di mille vite si nutriva. Il pavimento era moquettato di cicche di sigarette e mozziconi dei miei sigari. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1910, all'apertura qualcuno se li era fregati tutti. Il locale era affollato come l'uscita di sicurezza di un cinema in fiamme".

E un giorno ci tornai al Magenta. Non so precisamente quando, ma sono certa che sono stata al Magenta con tutti. Tutti i miei amici e tutti i miei amori (forse no, forse con quello attuale no). Ricordo benissimo l'ultima volta che ci sono stata. L'ultima prima di oggi, intendo. Una serata, anzi, una notte struggente. Della malinconia di un amore che non è mai voluto scoppiare.

Infine oggi ci sono tornata. Con la nipotina in visita. Abbiamo preso lo "speciale" entrambe e il fiume dei ricordi è montato e mi è tracimato dalle labbra. Chissà che ha pensato la nipotina.



(la foto è quella del sito del Magenta)

martedì 21 giugno 2011

Datemi un randello

Virginie è sotto choc. E, perdinci, assicuro che non è facile choccare virginie. Come i miei pochi lettori già sanno, avevo lasciato Milano quasi 15 anni fa. Ci sono tornata molte volte da allora, naturalmente. Però, è evidente, il toro in Galleria non l'avevo più rivisto. O, semplicemente, non ci avevo più fatto caso. In ogni modo, ne sono certa, l'avevo lasciato come appare nella foto: splendido splendente.
Poi, ieri, sono passata in Galleria con la nipotina, in visita per la prima volta a Milano. E come zia Cicerona le ho raccontato del toro, delle palle e. E sono rimasta senza parole, muta e annichilita di fronte a un buco. Il "mio" toro, mio come di ogni milanese, è ormai una povera bestia castrata, che a me appare priva della benché minima dignità. Ma come avevamo fatto fino a 15 anni fa a preservare le palle del Toro da tutti quelli che ci si sono trottolati sopra? Ecco che ne dice wikipedia: "La tradizione afferma che ruotare su se stessi stando col tallone del piede destro sui genitali del toro ritratto a mosaico entro lo stemma della città di Torino sul pavimento dell'Ottagono della galleria, porti fortuna. Questo rito scaramantico, ripetuto centinaia di volte al giorno dai passanti, principalmente turisti, usura velocemente l'immagine del toro che deve essere ripristinata frequentemente. In realtà l'antica tradizione milanese prevedeva di strisciare il piede sullo stemma soltanto la notte del 31 dicembre a mezzanotte".
Ed ecco come appare oggi il "mio" toro (simbolo di Torino. Che sia uno sfregio voluto?)

mercoledì 1 giugno 2011

Tra un turno e l'altro

Cammino perché devo riappropriarmi della città. Sono 14 anni che vivo a Parigi ma sono milanese. E a Milano sono vissuta per 34 anni.
Cammino perché vengo da Parigi. E a Parigi si cammina. O si prende il métro. O l’autobus.
Cammino perché si dice che a Milano il vento sta cambiando. E devo coglierlo ‘sto vento. Raccattarne almeno una briciola.
Cammino perché Milano non è mai stata così bella. Cielo azzurro, senza nubi, sole caldo. Ragazze bellissime. E puttanieri à go-go.
Cammino perché solo camminando posso arrivare.
Cammino perché la seconda volta che passo per piazza Argentina voglio vedere il gazebo di Pisapia pieno.
Cammino perché voglio vedere almeno una pista ciclabile che non contenga anche un tombino.
Cammino perché Milano è la mia città. E la conosco.
Cammino perché non ho niente di meglio da fare.
Cammino perché vorrei sapere perché a Milano non si incontra mai un gatto.
Cammino perché voglio incontrare tutti i Senegalesi di Milano.
Cammino perché Lella Costa un tempo diceva di essere “castana dentro”. E io mi sentivo precisamente uguale. Beh, Lella, vale per te come per me: magari castane dentro, ma, puttana, che bionde fuori.
Cammino perché mio marito è nato a Cagliari. Ma si sente Romano. E sono riuscita a fargli credere che Milano è bella.
Cammino perché voglio sapere com’è Milano. È cambiata Milano?
Cammino perché Milano è cambiata.
Cammino perché Milano non è la stessa a Corso Como o alla Comasina.
Cammino perché voglio vedere quanti cazzo di manifesti elettorali sono riusciti a incollare uno sull’altro.
Cammino perché voglio contare quante persone ostentano qualcosa d’arancione.
Cammino perché voglio vedere se Milano pùo essere ancora Milano.
Cammino perché voglio vedere se Milano può essere ancora.
Cammino perché voglio vedere se Milano può essere.
Cammino perché voglio vedere se Milano può.
Cammino perché voglio vedere se Milano.
Cammino perché voglio vedere se.
Cammino perché voglio vedere.
Cammino perché voglio.
Cammino perché.
Cammino.


(la foto l'ho presa qui)

giovedì 26 maggio 2011

Ma quant'è bella la Milano arancione

dal portone di virginie

Sono uscita questa sera e, sul portone, ho incontrato il padrone di casa. Stiamo parlando del più e del meno quando arriva la cognata. "Scusate, scusa, x (cognato), non è che puoi farmi un cartello così (mima la grandezza con le braccia)? Devi scrivere 'sono senza cervello' ". Il cognato, padrone di casa, è basito. Interviene virginie: "Beh, la signora è come me" e, così dicendo, mostra le unghie arancio, poi le due spilline arancio "Pisapia x sindaco" e, ça va sans dire, il cognato-padrone di casa capisce. E si scatena il di tutto di più. La cognata vuole portarsi in giro il cartello in bici, proprio di fianco al palloncino arancione che già ostenta ;-) E si arriva all'altra cognata: l'altra cognata del mio padrone di casa è la signora, ripresa davanti alla chiesa di Sant'Angelo a Milano, che straccia, uno dopo l'altro, i volantini di Cl pro-Moratti che, tanto per cambiare, diffondono bugie e infamie su Pisapia. No, ma sarà un bel palazzo il mio?

mercoledì 25 maggio 2011

Amo il mio quartiere

venerdì, 25 maggio 2007

Che l'abbiate capito o meno non ho niente di una Miuccia Prada. Di conseguenza non ho alcuna passione per mercati e mercatini: non me ne può fregare di meno. Per giunta sono pigra, dunque, l'idea di mettermi a frugare per scovare la perla, di passare in rassegna tutti i banchi per cercare di individuare/indovinare chi ha la frutta migliore, non fa parte delle mie attività preferite. Se c'è qualcuno che sceglie per me quanto di meglio offre il mercato e me lo porta a casa sono disposta a pagarlo quanto gli pare.
Perciò soltanto stamane, dopo quasi due mesi dal trasloco, mi sono decisa a tuffarmi nel temibile, coloratissimo e multietnico mercato di Belleville. Sulla spesa evito di recensirvi, tranne per confermare quello che già tutti sanno: gli arabi sono, genericamente parlando, i migliori venditori del pianeta; sono tornata a casa carica come un mulo, piena di frutta e verdura che non avrei avuto, in partenza, intenzione di comprare e, accidenti a me, senza parecchie delle cose che mi servivano. Amen. Mi accontenterò del Monoprix di fronte.
Viceversa, l'immersione al mercato mi ha galvanizzata. Meglio specificare che nel mio quartiere, dove convivono neri, arabi, ebrei, cinesi, bianchi, pakistani e chissà che altro, i canoni di bellezza in vigore nel resto di Parigi non sono mai stati recepiti. Ergo una bella ragazza è una bella ragazza e tutti la guardano, qualunque sia la sua altezza, il suo peso, il colore della sua pelle. Persino io, che, essendo grossomodo normale, a Parigi sono vicina all'essere considerata una specie di salsiccia ambulante, sono estremamente gratificata dal passeggio nel quartiere.
Il merito, lo so, è, al 50% almeno, dei miei già citati occhiali da star, ma stamane al mercato ho riscosso successi a man bassa. È vero che, anche se non sono una gigantessa, per la zona ho un'altezza fuori dal comune. E se non posso dire che svettassi nella massa, tuttavia mi si vedeva. Comunque non c'è stato venditore che non mi abbia salutato, uomo che non abbia allungato l'occhio, ragazzo che non mi abbia sorriso. Nella folla ho persino avuto il dubbio che lo struscio di un giovane fosse una carezza sul seno: da corpo a corpo. E il magrebino delle ciliege assicurava che erano splendide, proprio come me. Per poi afferrarne una e fare il gesto di lanciarla a canestro tra le mie poppe. So che ci sono donne che si sarebbero sentite insultate da tutto questo, non io. Io non mi sentivo così dai miei 15 anni quando giocavo a pensare di essere la regina della via o quella di San Giacomo. Con la mia corte di commercianti o di villeggianti, secondo i casi. Corte infedele, naturalmente, pronta a seguire il vento della regina seguente. Ma che importa? Oggi, per qualche istante, sono stata la zarina del mercato. A 45 anni suonati.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, non è più in rete. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

giovedì 19 maggio 2011

Dalla finestra di virginie. In tempo reale

Come ho già confessato in un post precedente, abito a pianterreno, finestrone su strada. La gente passa davanti alla mia finestra e parla. Per lo più, siamo italiani, parla al telefono. Per strada, in pubblico. Si racconta. Come se nessuno potesse sentire. Confesso che è imbarazzante, a volte, sono curiosa ma detesto gli spioni. Però sento, mio malgrado. E in questi giorni, ve lo giuro, la maggioranza dei milanesi parla di elezioni. Un bouche à oreille continuo. Or ora è passato un tale che diceva: "e non solo la moschea, ti giuro. Proprio tutto un centro islamico, ti rendi conto?". Voilà, come prima cosa puntano sul terrore islamico. Anche se Bin Laden l'han dato per morto di recente, funziona sempre. C'è c'è la moschea nel programma di Pisapia (se non l'avete si scarica qua), se ne parla nel capitoletto "Immigrazione non è illegalità - Il laboratorio di via Padova", a pag. 27 precisamente (non a pag. 1, neh, come sembrerebbe a sentir l'idiota leghista che passeggia telefonando davanti alla mia finestra, a pag. 27). Non esprimerò opinioni al riguardo, ricorderò solo che a Roma una moschea c'è (sito non ufficiale, nel caso Wikipedia sta qui), a Parigi c'è, a Londra c'è (ma che dico, ben più d'una, segnalo solo la principale, ça va sans dire), a Berlino c'è, a New York c'è, vado avanti? E a Milano ci sono chiese, sinagoghe, monasteri e centri buddisti e anche qui son stufa di far l'elenco.

mercoledì 18 maggio 2011

Malgrado tutto, continua a mancarmi Belleville

Qualche ora fa a Radio Popolare la trasmissione "La terra è blu" parlava di euforia. Per forza, impossibile non vederlo: Milano è euforica. Io ho disegnato due faccine sulle mie finestre: una sorride, l'altra fa la linguaccia. Son rimaste lì due giorni, poi ho cancellato che, come tutti gli atei, sono scaramantica da morire. Taccio, perciò, e incrocio le dita. Ma Milano, come nella foto sotto, è bella. E da tre giorni non smette di essere bella. Aggiungiamo che abito in centro, che vado a piedi ovunque, che si esce tutte le sere, etc. etc. etc. Eppure mi stanno tornando le stigmate e mi manca tanto Belleville, sigh.

Soprattutto quella che raccontavo giovedì, 13 dicembre 2007: Belleville 2

Ridiscendo la rue de Belleville. Ho, mi pare, una borsa piena di cose che ho comprato lassù, tra Jourdain e Pyrenées, da Naturalia. Sono quasi arrivata, sono proprio in fondo, vicina al punto dove c'è la fermata del metro e dove, sulla destra, si apre una specie di spazio pseudoverde. Un po' più di un'aiuola, molto meno di un giardino. Ecco, poco prima di quello spazio vago, c'è un grande edificio moderno e popolare con i portici.
Mentre passo accanto ai portici una bionda mi viene incontro. Parla come un'ubriaca ma non puzza d'alcol. "Oh, la mia principessa" mi saluta mentre mi ferma. "Buongiorno" rispondo io. "Ti presento mia moglie, mio fratello, un'amica e un amico" dice mostrandomi un gruppetto seduto sotto i portici. Due sdf apparenti e una ragazza giovane, con i capelli lunghi e un grande blocco in mano, probabilmente un'assistente sociale. Sorrido e lancio "Piacere" verso i tre. La bionda sorride ma non parla perciò incalzo io: "Che posso fare per lei?". Esita. Così virginie continua "una sigaretta, magari?". "Beh", si sveglia lei, "siamo in quattro". "Ok, quattro sigarette". Apro la borsa, la bionda si gira dall'altra parte, le porgo il pacchetto, ritira la merce, rimetto a posto il tutto e richiudo la borsa. "Grazie, principessa", ho diritto a salamelecchi e inchini. Saluto e continuo a scendere. Una giovane dall'aria indiana (ma magari viene dal Bangladesh) mi sorride e mi interpella "È un vero spettacolo all'aria aperta qui, eh?". Ridiamo insieme, felici di dividere un qualsiasi istante urbano.




(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

giovedì 12 maggio 2011

Maledette prostate

Questo cartello l'avevo fotografato nell'agosto 2009 al museo di storia di Ouidah, in Benin. Perché, idiota come sono, mi faceva ridere. Però mannaggia la puchiacchiera ladra, oggi pomeriggio costeggiando le aiuole davanti al Principe di Savoia, in piazza della Repubblica, a Milano, mi sono detta che, in fondo, un cartello che vieta di pisciare dove capita ci vorrebbe pure lì. Oltre che nel métro di Parigi, tanto per dire. Proporrei di ripristinare i vespasiani, così, per provare, almeno.


(dio, che post idiota. però che puzza)

mercoledì 11 maggio 2011

Belleville 1

mercoledì, 12 dicembre 2007

Scendo la rue de Belleville. Un ragazzo, bello, nero, sulla ventina, con un'enorme cuffia che gli copre le orecchie, mi supera con passo danzante e dinoccolato. Incrocia così una signora sulla sessantina abbondante che arranca salendo. Le gambe gonfie e un bastone cui appoggiarsi. Lo sguardo è a terra e la schiena curva. Eppure appena il giovane le arriva di fianco alza gli occhi e sibila "Vattene" e aggiunge, già quasi urlando: "Torna in Africa". Il bello forse ha sentito e forse no, la musica nei suoi timpani attutisce se non azzera la voce della vecchia megera. Lei, comunque, si ferma, incrocia le braccia all'altezza dei polsi in un rituale che ritengo personale, drizza la schiena e canta qualcosa come blu, bianco e rosso, "vive la France, on est français". Lo spirito di Le Pen se non si aggira sull'Europa, infesta certamente un certo tipo di Francia.



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

giovedì 5 maggio 2011

Andamenti (lenti)

giovedì, 16 luglio 2009

Camminare mi costa un pochino di dolore e un mucchio di fatica. Niente di che, non sono improvvisamente invecchiata, ho solo una leggera distorsione alla caviglia destra e il vero problema sono le scarpe. Il mio passo, comunque, ha perso la sicumera e l'arroganza che gli sono proprie: avanzo come una lumaca a "un due tre stella", tengo rigorosamente la destra per paura di essere travolta dai passeggiatori spediti e perlustro i marciapiedi come mai prima d'ora.
Se non fosse stato per la caviglia e per il mio nuovo andare, non avrei mai notato Ginger Rogers (l'originale nella foto). È una vecchina biondo platino, minuta e parecchio curva, trascinata da un'anziana pseudobadante dai capelli tinti bruno malsano, energica e alta. Sulle prime penso che Ginger voglia scappare al controllo della figlia (o dell'infermiera o della badante che sia). Il suo piede sinistro si allontana infatti dalla custode, ma poi voilà il destro incrocia, il braccio sinistro segue e mi accorgo che la sequenza si ripete continuamente identica mentre la coppia avanza: Ginger cammina così. Sarà pure un'andatura sbilenca ma a me sembra davvero una danza; Ginger balla da sola e io mi metto a cantare.


(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

martedì 8 febbraio 2011

Effetto Sarko?

mercoledì, 09 maggio 2007

Sono passate poco più di 24 ore dal mio rientro in Francia e poco più di 60 dalla consacrazione di Nicolas Sarkozy (nella foto, in una delle sue espressioni più riuscite) e Parigi mi sembra già peggiorata. Tre episodi: un poliziotto che ferma un'auto (ignoro il perché) e ne fa scendere l'autista. Il poliziotto ha un tono arrogante, al limite dell'insulto, e il conduttore è magrebino; poliziotto due alle prese con un indiano (o pakistano o cingalese) in rue du Faubourg du Temple, gli appioppa una multa (probabilmente dovuta) ma il tono è ai limiti dell'insostenibile (non dice proprio 'rientra a casa tua', ma ci va molto vicino); al semaforo scatta il verde per i pedoni, una giovane donna cinese sta per attraversare con tre bambini e un auto passa con il rosso mancando i piedi della signora per un soffio. Urliamo entrambe "ehi, ma è verde" e il conducente ci insulta. Pinocchietto dice che è un caso. Io ho davvero paura che non lo sia affatto.


Della serie: premonizioni. Oggi, a tre anni e mezzo da questo post, voi e io sappiamo che, per quanto casuali potessero essere questi episodi, la Francia e i francesi sono ulteriormente peggiorati. Sul fronte del razzismo e su diversi altri. Allora, forse, i segnali sarebbe bastato leggerli.
(P.S. l'originale stava su un blog ormai morto. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 4 febbraio 2011

L'amour, la mort, les fringues

Voilà. Dico subito che io l'ho visto con la formazione numero uno: Bernadette Lafont (grande), Karin Viard (di più), Géraldine Pailhas (ottima), Valérie Bonneton (la star del momento, la più applaudita, la più amata, la sola vraiment nulle, à mon avis) e Caroline Proust (chapeau).
Allora, comincerei col dire perché la Bonneton è quasi più insopportabile che incapace, così andiamo in crescendo, che, salvo quando si suda in salita, è sempre un bell'andare (cazzo, datemi una sigaretta. anche una nazionale senza filtro. anzi, meglio). Sì, confesso, fa abbastanza ridere sul pezzetto dedicato alle birkenstock. Oddio, sarebbe sulle scarpe. Ma si limita alle birkenstock. Che io adoro e porto da sempre. E che pinocchietto trova pure sexy (ah, la Bonneton fa esattamente la stessa remarque che mi ha fatto una tedesca anni fa: "ma come? una parigina così elegante con le birkenstock?" parigina? wow. elegante? riwow. birkenstock? "c'est ça avoir de la classe" ;-) dunque colpisce e affonda, direte voi. nada. mi fa un baffo. Colpisce e affonda, invece, Karin Viard, che odia la sua borsa: putain, la bastarda, ma parla di me? E come cazzo fa a sapere cosa contiene la mia borsa? Anni fa, per lavoro, sono stata a intervistare un'artista che aveva deciso di ritrarre le borse delle signore. Acquarelli. Arrivavi, vuotavi la borsa, disponevi gli oggetti davanti a lei, lei li ritraeva e, man mano che gli oggetti comparivano nella sua opera, ti chiedeva di dar loro un titolo. Oh. Macché oh. È toccato anche a me (anche perché il giornale, Elle edizione italiana, se proprio volete sapere tutto, voleva l'acquarello della mia borsa. Ufff). Una vergogna infinita. Ho ancora l'acquarello ma lo celo. Chissà mai che qualcuno scopra chi sono davvero.
Vabbè, ritorniamo alla Bonneton. È una comica, mi spiegano le amiche quando usciamo, quella des Petits mouchoirs. Ah, bon? Già non sopporto Marion Cotillard, François Cluzet lo reggo appena, mo' che mi dite che c'è pure 'sto fenomeno nel cast son proprio certa che "Petits mouchoirs" non lo vedrò manco se per sbaglio passa in televisione. Perché non mi è piaciuta la Bonneton? Perché riduce tutto a una macchietta. La stessa. Stessa voce, stessi toni, stesse esagerazioni, che faccia la sorella di Tizia o la mamma di Caia, che parli di Birkenstock (sì, con la maiuscola, perdio) o di Louboutin, di? O diamine, di che altro parla? Ricordo solo il brano sulle scarpe. Mentre delle altre ricordo tutto. L'infanzia e l'anoressia. Il primo amore e il transfert sulla T-shirt. E.
Una pièce al femminile, dove i vestiti sono i grandi protagonisti. La morte (solo quella delle madri, mi sembra di ricordare), un pretesto. L'amore, un caso. Ci sono i vestiti, tanti, i colori, i reggiseni, gli accessori, a raccontare un po' di come siamo fatte noi donne. Almeno in occidente. Tra Usa (e ci sono brani in cui non è proprio automatico riconoscersi) e Francia (e qui, più si cade nel franchouillard e più si ride, quasi come se - ma niente, non faccio la psi). Si ride parecchio, a dire il vero, non si piange mai. Si esce leggere. Anche serene. Senza alcuna sensazione di avere imparato alcunché, ma con l'idea che, in fondo, da questa parte del mondo, ci assomigliamo parecchio, noi donne, bambine, vecchie, fanciulle o signore. Riconosciamo una nevrosi anche quando non è precisamente la nostra. Il tramite è, spesso, l'abito. E se non l'abito, la borsa. Maremma maiala.
In platea ho contato cinque uomini. Soltanto. Per il resto donne. Ma, almeno uno, tra gli uomini, rideva di brutto. Al punto da coprirmi un quinto delle battute.

Au Théâtre Marigny

mercoledì 2 febbraio 2011

Lost in French mood


Malgrado la mia arcinota e strafottente francofilia, ci sono cose che mi sfuggono totalmente dei francesi. Per esempio, da italiana che si è trovata a interpretare un "Fighe. Fano" in bocca tedesca ed è riuscita a spedirli a Vigevano, mi è incomprensibile che i francesi, che, in media, parlano male, anzi, malissimo, qualsiasi lingua, non riescano a comprendere una persona che dica "metro" invece di "metrò". Eppure.
L'altra sera galoppavo verso République, come sempre un po' in ritardo, quando incontro un cinese smarrito che capisco mi fermerà. Rallento, sorrido e il poveretto dice "Concò". O almeno così credo. Lo guardo interdetta. E, manco fossi francese, dico: "Pardòn?" E il signore ripete "Concò?" con aria interrogativa e un po' meno convinta. Poi "Congò?". Infine si lancia "Metrò?". Mi illumino d'immenso, ma da francovirginiecompletamenteidiota, inconsciamente (almeno spero) associo il fatto che sia cinese a Belleville, seconda Chinatown parigina. Perciò sorrido, mi giro e gli dico, felice come la mentecatta che sono: "Belleville, par là".
Lui mi guarda ancor più timido ed esasperato. Poi fa un ultimo tentativo: "Goncò". Ed è là che mi sento veramente ferita: porca vacca l'incomprensione del prossimo è contagiosa, "Goncò", "Goncourt", quasi uguale. "Ah, Goncourt", mi rigiro, "par là".
Baldanzosamente convinta che i francesi non capiscano nessuno, ma tutti capiscano il francese.



(dida: son quasi tutte più alte della Tour Eiffel e quasi tutte - o tutte - in Cina. Eppure. ©JP - Heim. Scovata qui)

venerdì 28 gennaio 2011

Giustificazione

virginie è momentaneamente assente perché sta combinando paciughi. tipo questo

(e poi quando sta a Parigi è occupata a vivere e a scrivere non ce la fa tanto ;-)

domenica 23 gennaio 2011

Sex toy

Risultato del primo e, sinora, unico sondaggio, du Paris de virginie, stimolato dal post Rido, quando mi pare rido.
Alla domanda "il manichino della foto viene definito "manichino bianco ciccione". virginie l'aveva scelto perché, anche nella sua bidimensionalità, le era sembrato sexy. tu che ne pensi?" hanno risposto sette lettori. Tra loro il 57% (cioè quattro persone) hanno dichiarato: "virginie è un mito: un manichino così me lo farei subito". Invece il 43% (cioè tre persone) ha espresso perplessità: "ah, è un manichino?". Mentre nessuno ha scelto la risposta: "virginie è orba e di parte: il manichino è ciccione, ma più magro di lei". Il che sembrerebbe dimostrare che nel piccolo entourage di virginie, quel manichino bianco non è considerato ciccione. virginie-partitoperlamagrezzaaqualsiasicosto 1-0. A suivre

sabato 22 gennaio 2011

A piedi

Chissà che succedeva ai cavalieri di un tempo, quelli che si incrociavano a cavallo o a bordo di una biga. Chissà se si insultavano, litigavano sulle precedenze e davano sfogo pure loro alle peggio nevrosi. Di certo non badavano ai pedoni, vittime predestinate di chiunque conduca un qualsiasi mezzo di trasporto. Qualsiasi, ribadisco.
Prendete Amsterdam: una città fantastica, con quell'allure nordica che la rende fiabesca, i canali e i coffee shop che alla virginie che io sono sembrano un'oasi di autentica civiltà. Que viva maria, perdiana. Confesso: mi piacciono meno le donne in vetrina, che trovo tristissime. Ma la cosa che veramente detesto di Amsterdam sono le biciclette. E merde. Il sorriso mi illumina pure il midollo quando incrocio un giovanotto allegro che pedala sparandosi un cannone di tutto rispetto e spargendo attorno a sé quell'inconfondibile aroma che tanto ci piace. Ma si spegne e si trasforma in un ghigno aggressivo quando rischio di venire travolta da una cazzo di bicicletta su una merda di pista ciclabile. Ok, avete ragione, sono italiana fino all'unghia del quarto dito del piede sinistro, non capisco. Noi si attraversa con il verde, come tutti. Poi si attraversa pure quando si può, rosso, verde, arancio, giallo, blu, strisce sì o strisce no. Tanto facciamo tutti così. Non ce la faccio, non ce la posso fare, trovo i ciclisti amsterdammesi (vattelapesca) aggressivi come uno squalo eccitato dal sangue. E diobòn. Mi terrorizzano. Non dovremmo essere fratelli? Io sono un pedone, tu un ciclista. Andamento lento per entrambi, no? Ok, ho attraversato il tuo cazzo di pista ciclabile a due all'ora, tu vai a dieci all'ora e io non ci ho proprio pensato, non stava neppure, non dico nell'anticamera del mio cervello, ma neanche nell'androne del palazzo del cervello che abita mia madre. Sono italiana perdio. E ho diritto di esistere. E di sopravvivere. Pure ad Amsterdam. No, scusa, olandese della capitale, hai ragione: sono a casa tua. Devo rispettare le tue regole.
Appunto. A Parigi, dite quel che volete, sono a casa mia. Ma. MA. Ieri percorrevo Boulevard de Magenta, felice come una virginie à Paris, c'est à dire: vraiment pleine de bonheur. Mi accorgo d'un tratto che il semaforo s'illumina di verde. Mi lancio sulla sinistra: devo attraversare. Putain de merde, caso vuole che, così facendo, debba attraversare una merdosa pista ciclabile. Che, ovviamente, italiana e parigina come sono (e lo rivendico, sia chiaro) attraverso velocemente. Ma il pirla è in agguato: il ciclista. "Eh, il faut faire attention: merde. C'est une piste ciclable". Ah, bon, d'accord. Ma io vengo da destra, putain, non dovrei avere la precedenza? Che cazzo di codice della strada vige sulle merdose piste ciclabili?

venerdì 21 gennaio 2011

Rapida rapida rapida

Questo post fa parte della serie c'era una volta: mercoledì, 27 marzo 2007, quando ancora osavo pensare che i francesi fossero quasi altrettanto inefficienti degli italiani*

Un trasloco è una iattura di qua come di là delle Alpi. Mi stanno tirando scema. France Telecom, per esempio. La misura della sua efficienza: il giorno previsto la linea telefonica sarà attivata nel nuovo appartamento. Perfezione teutonica più che franzosa in superficie, indolenza mediterranea in profondità: rileggete, ho scritto linea telefonica. Ma Internet? Quello arriva dopo una settimana (sperèm). Quanto alla Tv, che Pinocchietto e io riceviamo pure via Internet, di settimane ce ne vogliono due (questo non fa tanto male, confesso, è la parte di cui, personalmente, faccio volentieri a meno. Un altro utente, tuttavia, potrebbe essere di parere opposto). Dunque, cari, tra una settimana farò un balzo indietro di dieci anni: a casa avrò solo il telefono.



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)



*piccolo aggiornamento rispetto al precedente post Ultimo atto d'amore: Fastweb ieri ha detto a Carlito che non è possibile installare una linea telefonica a casa nostra. Tesi alquanto bizzarra visto che la presa c'è già e nel palazzo tutti hanno un telefono fisso. Ma forse io emetto onde elettromagnetiche così negative che nel nostro appartamento i collegamenti telefonici restano impossibili anche dopo che me ne sono andata. A suivre (nel senso: vediamo quanto tempo passa tra la prima richiesta, 3 gennaio, e l'attivazione di una linea telefonica. Si accettano scommesse)

giovedì 20 gennaio 2011

Varie ed eventuali

Ok, ok, sono a Parigi. E il decoder, tanto per fare una cosa nuova, non funziona. Però ho Internet e il telefono fisso. E la tv la vedo comunque in modalità tradizionale (e poi è giusto un sottofondo, sto scrivendo, no?). Vabbè, a Milano centro stamattina c'era foschia. A Linate nebbia. A mezzogiorno. E anche all'una, se è per questo. A Parigi alle due e un quarto (e finché non è tramontato) c'era il sole. Accompagnato da un cielo blu. Il portinaio mi ha baciato e augurato buon anno. Il cortile è bello com'era. E io sono a casa.
Poi mi sento fuori posto lo stesso e stasera, riunione Comitato Acqua, non ho fatto nulla per nasconderlo, al contrario. Scendo. Da tutto, credo. Ma domani gioco al Lotto. E vinco. Così resto a Parigi. Ecchecazzo.

martedì 18 gennaio 2011

Ultimo atto d'amore


Il titolo è un plagio: è quello di una mostra in corso a Milano, dedicata a Mimmo Rotella e Alda Merini, di cui i curiosi scopriranno qualcosa in più cliccando il titolo. Per gli altri ho inserito l'immagine di una delle Marilyn di Rotella. La mostra non l'ho vista: dovevo andarci oggi, invece ci andrò per San Valentino. Spero. Oggi, comunque, non è cosa.
Domani parto, torno a Parigi, dovrei essere al settimo cielo. Sembra facile. Macché. Mi sembra tutto sbagliato: domani me ne vado e non so perché.
Certo, qui non ho il telefono. Abbiamo presentato la prima richiesta il 3 gennaio, Fastweb. Ci hanno detto di attendere qualche giorno e poi chiamare. Abbiamo telefonato il 10 e ci hanno risposto che ancora la richiesta non era arrivata (nota bene che è stata inviata via fax) e invitato a richiamare il 13. Il 13 hanno constatato che non c'era nessuna richiesta, l'abbiamo immediatamente ripresentata e ci hanno pregato di attendere ancora 48 ore. Poi ci avrebbero contattato. Oggi risulta che hanno nuovamente disperso anche la seconda richiesta e ce ne hanno fatta presentare una terza. Se non funziona neppure questa cambieremo operatore. Ma pare sia ovunque lo stesso. Il primo che dice che anche in Francia funziona così verrà fucilato per direttissima.
Dunque ricapitolo: non abbiamo il telefono. Men che meno Internet. Sono in balia di una chiavetta in perenne crisi premestruale. A Parigi, invece, ho tutto. E ho un milione di cose da sbrogliare (anche un tantinello di lavoro, per esempio). A riaggomitolare i fili che ho disperso non ci penso proprio, ma ho lasciato Parigi così, senza occuparmi di nulla e la burocrazia, sono sicura, sta già bussando all'uscio da un mese. Eppure no, non capisco perché domani vado a Parigi. Carlo sta qui, mi raggiungerà venerdì, poi ripartirà, tornerà nel week-end e così via fino a metà febbraio. Come s'era fatto negli scorsi sei mesi, insomma. Solo che ora mi sembra peso el tacon del buso (per i non veneti, traduco in italiano, anche se non suona altrettanto bene: peggio la toppa del buco).
Maledetto il giorno in cui tutto 'sto trambusto ha avuto inizio: ha trasformato una solare virginie in una depressa mortisia che non sta più bene in nessun luogo. O che sia il mio ultimo atto d'amore?

giovedì 13 gennaio 2011

Rido, quando mi pare rido

"(...) la visita alle edicole che avevano l'angolo VIETATO AI MINORI era uno degli approdi più sicuri. Mi piacevano quei piccoli antri merceologici dove si stipavano decine di maschi in ascetica contemplazione dell'involucro del desiderio, da comprare e scartare per vedere le meraviglie che ci sono nelle pasticcerie mentali degli adulti". Ho appena richiuso la copertina sull'epilogo della Vita oscena di Aldo Nove, da cui ho tratto questo brano pudico attorno alla pornografia. Sospendo il giudizio ed esco a fare la spesa. Solito percorso, praticamente quotidiano: appena dopo l'angolo c'è un negozio di abbigliamento femminile che vende di tutto, dall'intimo agli stivali di gomma. Davanti alla vetrina sta piantato un signore con cappello e loden. Ha lo sguardo rapito e, quando passo, finge furtiva indifferenza. Per questo lo noto, lui, le sue mani in tasca e l'oggetto del suo desiderio: quattro busti femminili in plastica, generosamente dotati di poppe, présentoirs di reggiseni e slippini a pizzi e maculati. Vorrei spiegare al signore che, sotto, quelle signorine sintetiche sono fatte come una Barbie: tutto un liscio. Poi guardo nuovamente la mano in tasca e ripenso alla Vita oscena: "Nei cinema porno tutti fumavano e tutti avevano un giornale o il cappello che servivano a coprire l'atto della masturbazione". Il signore ha addirittura tutto un loden.


(nella foto: protesi mammarie)

Il troppo stroppia

Questo post fa parte della serie c'era una volta: mercoledì, 07 giugno 2006

Lo sanno tutti, virginie è dannata- mente, schifosa- mente, vergognosa- mente francofila. Non che mi piacciano più che tanto i francesi, però penso che la Francia sia un paese civile e che qui accadano cose strabilianti per un italiano. Anche se forse normali nel resto del mondo.
Per esempio, in cima alla mia dichiarazione dei redditi sono segnati un numero di telefono e un indirizzo e-mail. Mi è capitato di dovermene servire, insomma, diciamo che ci ho provato, ho composto il numero. Povera illusa, mi sono detta, che ti pensavi? Mi ha risposto una segreteria telefonica. Con nome e cognome, devo dire, ma pur sempre una segreteria; ho lasciato un messaggio e i miei recapiti. Poi mi sono seduta di fronte a Berenice e ho cominciato a scrivere una mail.
È stato allora che il telefono ha squillato e che un gentilissimo funzionario del fisco mi ha richiamato, ha risolto il mio problema eccetera. Cioè: c’è un signore con un nome, un cognome, una voce e una faccia che nel giro di dieci minuti non solo ha accolto virginie, ma l’ha pure richiamata e le ha risolto il problema.
Cose dell’altro mondo, no?
Bene. Ora veniamo a oggi. Per ragioni barbosissime che non vi spiegherò all’inizio dell'anno ho dovuto cambiare regime fiscale: una serie di cartacce a non finire. Qualche tempo fa ho ricevuto la mia nuova Carte Vitale, una sorta di tessera della mutua, che, in sostanza, forse, faceva decadere la precedente. Ne ero fierissima. Peccato che oggi ho ricevuto una seconda Carte Vitale, con un altro numero. Ho l’impressione di essere diventata una e trina.
Siore e siori, venghino, venghino, si svendono Cartes Vitales. Fate un’offerta, prego.



(la foto è tratta da un articolo del Figaro del maggio 2009)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

mercoledì 12 gennaio 2011

Tilt

San Babila ore 20. Niente a che vedere con il film di Lizzani, naturalmente. Un gruppetto di persone concentrate tra due uscite del metro: volantini, striscioni (o striscione, boh), cartelli, palco non troppo improvvisato. Nessuno che se li fila. Pinocchietto li nota appena, io commento: sono le "quattro giornate di Milano", popolo viola. Sono amara. Sembra Hyde Park's Corner: le parole non si sentono, nessuno si chiede che ci fanno lì, dall'esterno appare patetico.
Eppure. Eppure varco la soglia del Teatro Nuovo, per vedere, ancora una volta, il "Mistero buffo". Due mostri sacri sul palco, un po' sbiaditi a causa dell'età: 84 lui, 82 lei, ma avercene. A dire il vero ne avrei anche fatto a meno, ma pinocchietto non li aveva mai visti. Il teatro è pieno zeppo: manca la mia generazione. Suppongo sia perché il "Mistero buffo" l'ha già visto enne volte. Come me, del resto. Ci sono un mucchio, enorme, di anziani. E un sacco di ragazzi. Anche giovanissimi. Le due ragazze di fianco a me, per esempio, sembrano sedicenni. Applaudono tutti. Sempre. Pure troppo. Quasi di continuo. Tutti felici di questa messa antiberlusconiana. Tutti felici di riconoscere il papa che officia (che sia Bonifacio o meno). Tutti contenti di essere tanti a dissentire. Anche da Marchionne.
Eppure. Sembriamo sempre tanti: MicroMega, che di solito raccoglie qualche pugno di firme, con il suo appello Sì ai diritti, no ai ricatti, in appoggio alla Fiom contro i diktat di Marchionne, ne ha già raccolte quasi 60mila. Anche la mia, naturalmente. Inutile come le altre 58mila e rotte. Il sì passerà, perché ai ricatti si tende a cedere, tra tre mesi la società civile avrà scordato tutto, avremo un Paese che ha il nome di un partito o viceversa e noi? Saremo sempre tanti, ma sempre inutili, velleitari e sfigati?

mercoledì 5 gennaio 2011

E chi lo sapeva che pur'io avevo bisogno di un posto dove posare il cappello?


Il titolo è una parafrasi da Bruce Chatwin. Non so più quale libro e non posso citarlo esattamente perché, ça va sans dire, tutto il "mio" Bruce Chatwin giace nella "mia" libreria. A Parigi.
Comunque. Sono spesso vissuta in case altrui. A prestito. Tra mobili che non avevo scelto e segreti che non mi appartenevano. Sono vissuta pure in case "mie", di proprietà o in affitto, sempre abitate da quel senso di provvisorietà che pensavo - pensavo - fosse un mio tratto saliente.
Ho spesso sostenuto che sarei potuta vivere in albergo. Anzi, che pacchia. Niente di cui preoccuparsi.
Poi sono ritornata a vivere a Milano e ho scoperto che avevo una casa. Quella. E che sarebbe un gran bel posto dove lasciare i miei sempre e i miei spesso.



(nella foto: Donna col cappello, Félix Vallotton)

martedì 4 gennaio 2011

Non è un paese per Virginie(s)

Vado all'Anteo per scoprire come si è trasformato. È diverso dal cinema che ricordavo, anche perché lo frequen- tavo, poco, negli Anni 90. Anni tristi, eviden- temente, durante i quali, altrettanto evidentemente, non andavo granché al cinema. Ora è diventato, probabilmente, il cinema più figo di Milano: potrebbe competere o, forse, persino superare il mio adorato Cinéma des Cinéastes a Parigi (a proposito, chissà se la tessera è ancora valida. Quel che è certo è che per il 2011 non la rifarò. Sigh).
Poi proseguo per via Milazzo. Anteo-via Milazzo, l'ho sempre saputo. Però quello che non ricordavo affatto fosse in via Milazzo (e quando poi? e perché avrei dovuto ricordarlo?) è il ristorante che mi sorge improvvisamente davanti: il Giallo. Non posso credere che esista ancora. In un lampo ho davanti gli Anni 80, i famigerati Anni 80 che sono stati la culla della mia giovinezza milanese: vedo come fosse ieri la prima volta che mi ci portò il mio fidanzato di allora, era aperto da qualche giorno appena. Potrei giurare persino su cosa ho mangiato.
Mi fa un effetto inquietante tutto questo risorgere di fantasmi, di cose. Poi continuo a camminare e scopro un'altra cosa che non sapevo o, forse, semplicemente, non ricordavo: via Milazzo sbuca esattamente davanti al 7 di via Marsala, la casa dove abitava un altro dei miei amori, quello degli Anni 70. In pochi passi ho percorso vent'anni. Una fatica infame: non si può reggere tutto questo peso di Milano che mi grava sulle spalle, sulla testa, nelle orecchie, sugli occhi. Ufff.
Com'è triste Milano, poi: tutte le signore hanno la pelliccia, nessuna esclusa. Ma, quel che è peggio, l'aria è gialla, proprio gialla (verrà da lì il nome del ristorante? ;-). Come faccia a essere gialla, davvero non saprei. Certo non è allegra. Per giunta: sono le 15.30, sono per strada alla ricerca di un luogo accogliente, un caffè, un qualcosa e i negozi sono ancora tutti chiusi. Vorrei un wifi visto che consumo tutti i forfait di cui dispongo in un lampo (iPhone o chiavetta braso tutto: subito), che la linea telefonica, l'Adsl e compagnia cantando arriveranno forse con il 2012 e che ho voglia di scrivere: grande sconosciuto questo wifi in zona; i caffè che potrebbero averlo sono chiusi fino al 10 gennaio. Gli altri sono accoglienti come un porcospino in un occhio. Ohibò. Così mi rifugio in stazione (vedi foto), senza dimora come qualche post fa. E qui il wifi è ottimo e abbondante (e gratuito).

lunedì 3 gennaio 2011

La moglie dell'ingegnere


Il 18 gennaio sarò a Milano, il 19 a Parigi. Il 18 gennaio, comunque, faranno 14 anni che ho traslocato a Parigi, nemmeno quattro che mi sento veramente a casa (come scrivevo in un sacco di post di un vecchio blog. Per esempio in quello che si intitola
Dimmi dove vivi e ti dirò chi sei). Mi sentivo, già, mi sentivo.
Quattordici anni fa all'incirca traslocavo dunque a Parigi senza farmi troppe domande. Avevo dato le dimissioni e non avevo idea di quale lavoro avrei fatto a Parigi. Intanto frequentavo l'Alliance Française, studiavo, leggevo, giravo. Mi avevano pure affidato, quasi subito, la parte pratica di una guida da aggiornare. Lavoro utilissimo, che mi consentì di imparare subito a conoscere la città. Guida a parte, poca roba.
Il mio babbo, che adorava scrivere, mi inviò qualche lettera, alla quale naturalmente risposi. Raccontavo di me, di come trascorrevo le giornate, per esempio traducendo romanzi (per me, non per altri). Mio padre, sant'uomo, ne fu fiero: era certo, mi scrisse, che avrei trovato qualcosa da fare, non mi vedeva davvero nel ruolo della "moglie dell'ingegnere". Già, mi stava stretto. Ma è precisamente in quella donna lì che mi sembra di essermi trasformata ora: a Milano, senza voglia, senza passione, senza lavoro e senza nemmeno la voglia di tradurre per piacere. Giusto per seguire il marito ingegnere. Bah



(nella foto: la locandina del film "Il marito della parrucchiera")
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