venerdì 28 gennaio 2011

Giustificazione

virginie è momentaneamente assente perché sta combinando paciughi. tipo questo

(e poi quando sta a Parigi è occupata a vivere e a scrivere non ce la fa tanto ;-)

domenica 23 gennaio 2011

Sex toy

Risultato del primo e, sinora, unico sondaggio, du Paris de virginie, stimolato dal post Rido, quando mi pare rido.
Alla domanda "il manichino della foto viene definito "manichino bianco ciccione". virginie l'aveva scelto perché, anche nella sua bidimensionalità, le era sembrato sexy. tu che ne pensi?" hanno risposto sette lettori. Tra loro il 57% (cioè quattro persone) hanno dichiarato: "virginie è un mito: un manichino così me lo farei subito". Invece il 43% (cioè tre persone) ha espresso perplessità: "ah, è un manichino?". Mentre nessuno ha scelto la risposta: "virginie è orba e di parte: il manichino è ciccione, ma più magro di lei". Il che sembrerebbe dimostrare che nel piccolo entourage di virginie, quel manichino bianco non è considerato ciccione. virginie-partitoperlamagrezzaaqualsiasicosto 1-0. A suivre

sabato 22 gennaio 2011

A piedi

Chissà che succedeva ai cavalieri di un tempo, quelli che si incrociavano a cavallo o a bordo di una biga. Chissà se si insultavano, litigavano sulle precedenze e davano sfogo pure loro alle peggio nevrosi. Di certo non badavano ai pedoni, vittime predestinate di chiunque conduca un qualsiasi mezzo di trasporto. Qualsiasi, ribadisco.
Prendete Amsterdam: una città fantastica, con quell'allure nordica che la rende fiabesca, i canali e i coffee shop che alla virginie che io sono sembrano un'oasi di autentica civiltà. Que viva maria, perdiana. Confesso: mi piacciono meno le donne in vetrina, che trovo tristissime. Ma la cosa che veramente detesto di Amsterdam sono le biciclette. E merde. Il sorriso mi illumina pure il midollo quando incrocio un giovanotto allegro che pedala sparandosi un cannone di tutto rispetto e spargendo attorno a sé quell'inconfondibile aroma che tanto ci piace. Ma si spegne e si trasforma in un ghigno aggressivo quando rischio di venire travolta da una cazzo di bicicletta su una merda di pista ciclabile. Ok, avete ragione, sono italiana fino all'unghia del quarto dito del piede sinistro, non capisco. Noi si attraversa con il verde, come tutti. Poi si attraversa pure quando si può, rosso, verde, arancio, giallo, blu, strisce sì o strisce no. Tanto facciamo tutti così. Non ce la faccio, non ce la posso fare, trovo i ciclisti amsterdammesi (vattelapesca) aggressivi come uno squalo eccitato dal sangue. E diobòn. Mi terrorizzano. Non dovremmo essere fratelli? Io sono un pedone, tu un ciclista. Andamento lento per entrambi, no? Ok, ho attraversato il tuo cazzo di pista ciclabile a due all'ora, tu vai a dieci all'ora e io non ci ho proprio pensato, non stava neppure, non dico nell'anticamera del mio cervello, ma neanche nell'androne del palazzo del cervello che abita mia madre. Sono italiana perdio. E ho diritto di esistere. E di sopravvivere. Pure ad Amsterdam. No, scusa, olandese della capitale, hai ragione: sono a casa tua. Devo rispettare le tue regole.
Appunto. A Parigi, dite quel che volete, sono a casa mia. Ma. MA. Ieri percorrevo Boulevard de Magenta, felice come una virginie à Paris, c'est à dire: vraiment pleine de bonheur. Mi accorgo d'un tratto che il semaforo s'illumina di verde. Mi lancio sulla sinistra: devo attraversare. Putain de merde, caso vuole che, così facendo, debba attraversare una merdosa pista ciclabile. Che, ovviamente, italiana e parigina come sono (e lo rivendico, sia chiaro) attraverso velocemente. Ma il pirla è in agguato: il ciclista. "Eh, il faut faire attention: merde. C'est une piste ciclable". Ah, bon, d'accord. Ma io vengo da destra, putain, non dovrei avere la precedenza? Che cazzo di codice della strada vige sulle merdose piste ciclabili?

venerdì 21 gennaio 2011

Rapida rapida rapida

Questo post fa parte della serie c'era una volta: mercoledì, 27 marzo 2007, quando ancora osavo pensare che i francesi fossero quasi altrettanto inefficienti degli italiani*

Un trasloco è una iattura di qua come di là delle Alpi. Mi stanno tirando scema. France Telecom, per esempio. La misura della sua efficienza: il giorno previsto la linea telefonica sarà attivata nel nuovo appartamento. Perfezione teutonica più che franzosa in superficie, indolenza mediterranea in profondità: rileggete, ho scritto linea telefonica. Ma Internet? Quello arriva dopo una settimana (sperèm). Quanto alla Tv, che Pinocchietto e io riceviamo pure via Internet, di settimane ce ne vogliono due (questo non fa tanto male, confesso, è la parte di cui, personalmente, faccio volentieri a meno. Un altro utente, tuttavia, potrebbe essere di parere opposto). Dunque, cari, tra una settimana farò un balzo indietro di dieci anni: a casa avrò solo il telefono.



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)



*piccolo aggiornamento rispetto al precedente post Ultimo atto d'amore: Fastweb ieri ha detto a Carlito che non è possibile installare una linea telefonica a casa nostra. Tesi alquanto bizzarra visto che la presa c'è già e nel palazzo tutti hanno un telefono fisso. Ma forse io emetto onde elettromagnetiche così negative che nel nostro appartamento i collegamenti telefonici restano impossibili anche dopo che me ne sono andata. A suivre (nel senso: vediamo quanto tempo passa tra la prima richiesta, 3 gennaio, e l'attivazione di una linea telefonica. Si accettano scommesse)

giovedì 20 gennaio 2011

Varie ed eventuali

Ok, ok, sono a Parigi. E il decoder, tanto per fare una cosa nuova, non funziona. Però ho Internet e il telefono fisso. E la tv la vedo comunque in modalità tradizionale (e poi è giusto un sottofondo, sto scrivendo, no?). Vabbè, a Milano centro stamattina c'era foschia. A Linate nebbia. A mezzogiorno. E anche all'una, se è per questo. A Parigi alle due e un quarto (e finché non è tramontato) c'era il sole. Accompagnato da un cielo blu. Il portinaio mi ha baciato e augurato buon anno. Il cortile è bello com'era. E io sono a casa.
Poi mi sento fuori posto lo stesso e stasera, riunione Comitato Acqua, non ho fatto nulla per nasconderlo, al contrario. Scendo. Da tutto, credo. Ma domani gioco al Lotto. E vinco. Così resto a Parigi. Ecchecazzo.

martedì 18 gennaio 2011

Ultimo atto d'amore


Il titolo è un plagio: è quello di una mostra in corso a Milano, dedicata a Mimmo Rotella e Alda Merini, di cui i curiosi scopriranno qualcosa in più cliccando il titolo. Per gli altri ho inserito l'immagine di una delle Marilyn di Rotella. La mostra non l'ho vista: dovevo andarci oggi, invece ci andrò per San Valentino. Spero. Oggi, comunque, non è cosa.
Domani parto, torno a Parigi, dovrei essere al settimo cielo. Sembra facile. Macché. Mi sembra tutto sbagliato: domani me ne vado e non so perché.
Certo, qui non ho il telefono. Abbiamo presentato la prima richiesta il 3 gennaio, Fastweb. Ci hanno detto di attendere qualche giorno e poi chiamare. Abbiamo telefonato il 10 e ci hanno risposto che ancora la richiesta non era arrivata (nota bene che è stata inviata via fax) e invitato a richiamare il 13. Il 13 hanno constatato che non c'era nessuna richiesta, l'abbiamo immediatamente ripresentata e ci hanno pregato di attendere ancora 48 ore. Poi ci avrebbero contattato. Oggi risulta che hanno nuovamente disperso anche la seconda richiesta e ce ne hanno fatta presentare una terza. Se non funziona neppure questa cambieremo operatore. Ma pare sia ovunque lo stesso. Il primo che dice che anche in Francia funziona così verrà fucilato per direttissima.
Dunque ricapitolo: non abbiamo il telefono. Men che meno Internet. Sono in balia di una chiavetta in perenne crisi premestruale. A Parigi, invece, ho tutto. E ho un milione di cose da sbrogliare (anche un tantinello di lavoro, per esempio). A riaggomitolare i fili che ho disperso non ci penso proprio, ma ho lasciato Parigi così, senza occuparmi di nulla e la burocrazia, sono sicura, sta già bussando all'uscio da un mese. Eppure no, non capisco perché domani vado a Parigi. Carlo sta qui, mi raggiungerà venerdì, poi ripartirà, tornerà nel week-end e così via fino a metà febbraio. Come s'era fatto negli scorsi sei mesi, insomma. Solo che ora mi sembra peso el tacon del buso (per i non veneti, traduco in italiano, anche se non suona altrettanto bene: peggio la toppa del buco).
Maledetto il giorno in cui tutto 'sto trambusto ha avuto inizio: ha trasformato una solare virginie in una depressa mortisia che non sta più bene in nessun luogo. O che sia il mio ultimo atto d'amore?

giovedì 13 gennaio 2011

Rido, quando mi pare rido

"(...) la visita alle edicole che avevano l'angolo VIETATO AI MINORI era uno degli approdi più sicuri. Mi piacevano quei piccoli antri merceologici dove si stipavano decine di maschi in ascetica contemplazione dell'involucro del desiderio, da comprare e scartare per vedere le meraviglie che ci sono nelle pasticcerie mentali degli adulti". Ho appena richiuso la copertina sull'epilogo della Vita oscena di Aldo Nove, da cui ho tratto questo brano pudico attorno alla pornografia. Sospendo il giudizio ed esco a fare la spesa. Solito percorso, praticamente quotidiano: appena dopo l'angolo c'è un negozio di abbigliamento femminile che vende di tutto, dall'intimo agli stivali di gomma. Davanti alla vetrina sta piantato un signore con cappello e loden. Ha lo sguardo rapito e, quando passo, finge furtiva indifferenza. Per questo lo noto, lui, le sue mani in tasca e l'oggetto del suo desiderio: quattro busti femminili in plastica, generosamente dotati di poppe, présentoirs di reggiseni e slippini a pizzi e maculati. Vorrei spiegare al signore che, sotto, quelle signorine sintetiche sono fatte come una Barbie: tutto un liscio. Poi guardo nuovamente la mano in tasca e ripenso alla Vita oscena: "Nei cinema porno tutti fumavano e tutti avevano un giornale o il cappello che servivano a coprire l'atto della masturbazione". Il signore ha addirittura tutto un loden.


(nella foto: protesi mammarie)

Il troppo stroppia

Questo post fa parte della serie c'era una volta: mercoledì, 07 giugno 2006

Lo sanno tutti, virginie è dannata- mente, schifosa- mente, vergognosa- mente francofila. Non che mi piacciano più che tanto i francesi, però penso che la Francia sia un paese civile e che qui accadano cose strabilianti per un italiano. Anche se forse normali nel resto del mondo.
Per esempio, in cima alla mia dichiarazione dei redditi sono segnati un numero di telefono e un indirizzo e-mail. Mi è capitato di dovermene servire, insomma, diciamo che ci ho provato, ho composto il numero. Povera illusa, mi sono detta, che ti pensavi? Mi ha risposto una segreteria telefonica. Con nome e cognome, devo dire, ma pur sempre una segreteria; ho lasciato un messaggio e i miei recapiti. Poi mi sono seduta di fronte a Berenice e ho cominciato a scrivere una mail.
È stato allora che il telefono ha squillato e che un gentilissimo funzionario del fisco mi ha richiamato, ha risolto il mio problema eccetera. Cioè: c’è un signore con un nome, un cognome, una voce e una faccia che nel giro di dieci minuti non solo ha accolto virginie, ma l’ha pure richiamata e le ha risolto il problema.
Cose dell’altro mondo, no?
Bene. Ora veniamo a oggi. Per ragioni barbosissime che non vi spiegherò all’inizio dell'anno ho dovuto cambiare regime fiscale: una serie di cartacce a non finire. Qualche tempo fa ho ricevuto la mia nuova Carte Vitale, una sorta di tessera della mutua, che, in sostanza, forse, faceva decadere la precedente. Ne ero fierissima. Peccato che oggi ho ricevuto una seconda Carte Vitale, con un altro numero. Ho l’impressione di essere diventata una e trina.
Siore e siori, venghino, venghino, si svendono Cartes Vitales. Fate un’offerta, prego.



(la foto è tratta da un articolo del Figaro del maggio 2009)



(P.S. l'originale, da un blog ormai morto, lo trovate cliccando il titolo. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

mercoledì 12 gennaio 2011

Tilt

San Babila ore 20. Niente a che vedere con il film di Lizzani, naturalmente. Un gruppetto di persone concentrate tra due uscite del metro: volantini, striscioni (o striscione, boh), cartelli, palco non troppo improvvisato. Nessuno che se li fila. Pinocchietto li nota appena, io commento: sono le "quattro giornate di Milano", popolo viola. Sono amara. Sembra Hyde Park's Corner: le parole non si sentono, nessuno si chiede che ci fanno lì, dall'esterno appare patetico.
Eppure. Eppure varco la soglia del Teatro Nuovo, per vedere, ancora una volta, il "Mistero buffo". Due mostri sacri sul palco, un po' sbiaditi a causa dell'età: 84 lui, 82 lei, ma avercene. A dire il vero ne avrei anche fatto a meno, ma pinocchietto non li aveva mai visti. Il teatro è pieno zeppo: manca la mia generazione. Suppongo sia perché il "Mistero buffo" l'ha già visto enne volte. Come me, del resto. Ci sono un mucchio, enorme, di anziani. E un sacco di ragazzi. Anche giovanissimi. Le due ragazze di fianco a me, per esempio, sembrano sedicenni. Applaudono tutti. Sempre. Pure troppo. Quasi di continuo. Tutti felici di questa messa antiberlusconiana. Tutti felici di riconoscere il papa che officia (che sia Bonifacio o meno). Tutti contenti di essere tanti a dissentire. Anche da Marchionne.
Eppure. Sembriamo sempre tanti: MicroMega, che di solito raccoglie qualche pugno di firme, con il suo appello Sì ai diritti, no ai ricatti, in appoggio alla Fiom contro i diktat di Marchionne, ne ha già raccolte quasi 60mila. Anche la mia, naturalmente. Inutile come le altre 58mila e rotte. Il sì passerà, perché ai ricatti si tende a cedere, tra tre mesi la società civile avrà scordato tutto, avremo un Paese che ha il nome di un partito o viceversa e noi? Saremo sempre tanti, ma sempre inutili, velleitari e sfigati?

mercoledì 5 gennaio 2011

E chi lo sapeva che pur'io avevo bisogno di un posto dove posare il cappello?


Il titolo è una parafrasi da Bruce Chatwin. Non so più quale libro e non posso citarlo esattamente perché, ça va sans dire, tutto il "mio" Bruce Chatwin giace nella "mia" libreria. A Parigi.
Comunque. Sono spesso vissuta in case altrui. A prestito. Tra mobili che non avevo scelto e segreti che non mi appartenevano. Sono vissuta pure in case "mie", di proprietà o in affitto, sempre abitate da quel senso di provvisorietà che pensavo - pensavo - fosse un mio tratto saliente.
Ho spesso sostenuto che sarei potuta vivere in albergo. Anzi, che pacchia. Niente di cui preoccuparsi.
Poi sono ritornata a vivere a Milano e ho scoperto che avevo una casa. Quella. E che sarebbe un gran bel posto dove lasciare i miei sempre e i miei spesso.



(nella foto: Donna col cappello, Félix Vallotton)

martedì 4 gennaio 2011

Non è un paese per Virginie(s)

Vado all'Anteo per scoprire come si è trasformato. È diverso dal cinema che ricordavo, anche perché lo frequen- tavo, poco, negli Anni 90. Anni tristi, eviden- temente, durante i quali, altrettanto evidentemente, non andavo granché al cinema. Ora è diventato, probabilmente, il cinema più figo di Milano: potrebbe competere o, forse, persino superare il mio adorato Cinéma des Cinéastes a Parigi (a proposito, chissà se la tessera è ancora valida. Quel che è certo è che per il 2011 non la rifarò. Sigh).
Poi proseguo per via Milazzo. Anteo-via Milazzo, l'ho sempre saputo. Però quello che non ricordavo affatto fosse in via Milazzo (e quando poi? e perché avrei dovuto ricordarlo?) è il ristorante che mi sorge improvvisamente davanti: il Giallo. Non posso credere che esista ancora. In un lampo ho davanti gli Anni 80, i famigerati Anni 80 che sono stati la culla della mia giovinezza milanese: vedo come fosse ieri la prima volta che mi ci portò il mio fidanzato di allora, era aperto da qualche giorno appena. Potrei giurare persino su cosa ho mangiato.
Mi fa un effetto inquietante tutto questo risorgere di fantasmi, di cose. Poi continuo a camminare e scopro un'altra cosa che non sapevo o, forse, semplicemente, non ricordavo: via Milazzo sbuca esattamente davanti al 7 di via Marsala, la casa dove abitava un altro dei miei amori, quello degli Anni 70. In pochi passi ho percorso vent'anni. Una fatica infame: non si può reggere tutto questo peso di Milano che mi grava sulle spalle, sulla testa, nelle orecchie, sugli occhi. Ufff.
Com'è triste Milano, poi: tutte le signore hanno la pelliccia, nessuna esclusa. Ma, quel che è peggio, l'aria è gialla, proprio gialla (verrà da lì il nome del ristorante? ;-). Come faccia a essere gialla, davvero non saprei. Certo non è allegra. Per giunta: sono le 15.30, sono per strada alla ricerca di un luogo accogliente, un caffè, un qualcosa e i negozi sono ancora tutti chiusi. Vorrei un wifi visto che consumo tutti i forfait di cui dispongo in un lampo (iPhone o chiavetta braso tutto: subito), che la linea telefonica, l'Adsl e compagnia cantando arriveranno forse con il 2012 e che ho voglia di scrivere: grande sconosciuto questo wifi in zona; i caffè che potrebbero averlo sono chiusi fino al 10 gennaio. Gli altri sono accoglienti come un porcospino in un occhio. Ohibò. Così mi rifugio in stazione (vedi foto), senza dimora come qualche post fa. E qui il wifi è ottimo e abbondante (e gratuito).

lunedì 3 gennaio 2011

La moglie dell'ingegnere


Il 18 gennaio sarò a Milano, il 19 a Parigi. Il 18 gennaio, comunque, faranno 14 anni che ho traslocato a Parigi, nemmeno quattro che mi sento veramente a casa (come scrivevo in un sacco di post di un vecchio blog. Per esempio in quello che si intitola
Dimmi dove vivi e ti dirò chi sei). Mi sentivo, già, mi sentivo.
Quattordici anni fa all'incirca traslocavo dunque a Parigi senza farmi troppe domande. Avevo dato le dimissioni e non avevo idea di quale lavoro avrei fatto a Parigi. Intanto frequentavo l'Alliance Française, studiavo, leggevo, giravo. Mi avevano pure affidato, quasi subito, la parte pratica di una guida da aggiornare. Lavoro utilissimo, che mi consentì di imparare subito a conoscere la città. Guida a parte, poca roba.
Il mio babbo, che adorava scrivere, mi inviò qualche lettera, alla quale naturalmente risposi. Raccontavo di me, di come trascorrevo le giornate, per esempio traducendo romanzi (per me, non per altri). Mio padre, sant'uomo, ne fu fiero: era certo, mi scrisse, che avrei trovato qualcosa da fare, non mi vedeva davvero nel ruolo della "moglie dell'ingegnere". Già, mi stava stretto. Ma è precisamente in quella donna lì che mi sembra di essermi trasformata ora: a Milano, senza voglia, senza passione, senza lavoro e senza nemmeno la voglia di tradurre per piacere. Giusto per seguire il marito ingegnere. Bah



(nella foto: la locandina del film "Il marito della parrucchiera")
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