lunedì 3 gennaio 2011

La moglie dell'ingegnere


Il 18 gennaio sarò a Milano, il 19 a Parigi. Il 18 gennaio, comunque, faranno 14 anni che ho traslocato a Parigi, nemmeno quattro che mi sento veramente a casa (come scrivevo in un sacco di post di un vecchio blog. Per esempio in quello che si intitola
Dimmi dove vivi e ti dirò chi sei). Mi sentivo, già, mi sentivo.
Quattordici anni fa all'incirca traslocavo dunque a Parigi senza farmi troppe domande. Avevo dato le dimissioni e non avevo idea di quale lavoro avrei fatto a Parigi. Intanto frequentavo l'Alliance Française, studiavo, leggevo, giravo. Mi avevano pure affidato, quasi subito, la parte pratica di una guida da aggiornare. Lavoro utilissimo, che mi consentì di imparare subito a conoscere la città. Guida a parte, poca roba.
Il mio babbo, che adorava scrivere, mi inviò qualche lettera, alla quale naturalmente risposi. Raccontavo di me, di come trascorrevo le giornate, per esempio traducendo romanzi (per me, non per altri). Mio padre, sant'uomo, ne fu fiero: era certo, mi scrisse, che avrei trovato qualcosa da fare, non mi vedeva davvero nel ruolo della "moglie dell'ingegnere". Già, mi stava stretto. Ma è precisamente in quella donna lì che mi sembra di essermi trasformata ora: a Milano, senza voglia, senza passione, senza lavoro e senza nemmeno la voglia di tradurre per piacere. Giusto per seguire il marito ingegnere. Bah



(nella foto: la locandina del film "Il marito della parrucchiera")

4 commenti:

  1. Io non credo che tu possa essere la moglie dell'ingengere, per quanto bello e simpatico e valevole sia l'ingegnere. Si tratta solo di ridefinirti. Magari di riuscire a costruire qualcosa da creare anche qui. E dico anche, perché credo che ormai tu e Parigi siate inscindibili. Una schizofrenia cosciente, forse, potrebbe essere il tuo futuro. Quanto sono importanti, alla fine, i luoghi in cui viviamo? Tanto. Me ne accorgo ora.

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  2. non saprei. io a parigi, confesso, sto (stavo) proprio bene. a milano non più o non ancora, chissà. ma sono convinta che a sidney starei benino. e anche a salvador. e in un sacco di altri posti. o magari è un modo di raccontarsela. quanto alla schizofrenia cosciente un po' mi spaventa; anzi no: mi terrorizza.

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  3. Cara Virginie,
    sono capitata per pure caso (con un Google Alert) sul tuo blog.
    Io a Parigi sono in una fase di passaggio, diciamo di confusione tra stare e andare.
    Adesso vado a leggerti tutta e nel frattempo, se vuoi farti 2 risate (sono gratis e pare che giovino alla salute :)) leggi questo mio post
    http://michettabaguette.blogspot.com/2011/01/corso-di-rehab-lezione-n1.html
    Un abbraccio

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  4. Capperi, ti ho un po' letta.
    Tu a Parigi avevi un quadro. Staccarsi dal proprio quadro é sempre (e giuro sempre) un enorme casino su più livelli: pratici, psicologici, sociali. Uno in genere all'inizio é sotto effetto di quelli pratici, smadonna ma almeno ha qualcosa da fare (gas, linea internet, comune etc). Poi questo livello si sistema e si deve affrontare gli altri 2 livelli, ché il primo ti pare un giochetto da ragazzi. Io sono in quella fase li, a Parigi. Ho internet ma non so bene chi sono. E dove mi colloco.
    Sai, non credo che il posto faccia una enorme differenza se non legata ai propri desideri ed aspettative. Se volevi stare a Parigi é chiaro che Milano (o New York) all'inizio ti fanno cagare. Il problema (parlo per me)è chi SARAI in quella città.
    Io, al momento, no lo so.
    Figata eh?
    :(

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