martedì 8 febbraio 2011

Effetto Sarko?

mercoledì, 09 maggio 2007

Sono passate poco più di 24 ore dal mio rientro in Francia e poco più di 60 dalla consacrazione di Nicolas Sarkozy (nella foto, in una delle sue espressioni più riuscite) e Parigi mi sembra già peggiorata. Tre episodi: un poliziotto che ferma un'auto (ignoro il perché) e ne fa scendere l'autista. Il poliziotto ha un tono arrogante, al limite dell'insulto, e il conduttore è magrebino; poliziotto due alle prese con un indiano (o pakistano o cingalese) in rue du Faubourg du Temple, gli appioppa una multa (probabilmente dovuta) ma il tono è ai limiti dell'insostenibile (non dice proprio 'rientra a casa tua', ma ci va molto vicino); al semaforo scatta il verde per i pedoni, una giovane donna cinese sta per attraversare con tre bambini e un auto passa con il rosso mancando i piedi della signora per un soffio. Urliamo entrambe "ehi, ma è verde" e il conducente ci insulta. Pinocchietto dice che è un caso. Io ho davvero paura che non lo sia affatto.


Della serie: premonizioni. Oggi, a tre anni e mezzo da questo post, voi e io sappiamo che, per quanto casuali potessero essere questi episodi, la Francia e i francesi sono ulteriormente peggiorati. Sul fronte del razzismo e su diversi altri. Allora, forse, i segnali sarebbe bastato leggerli.
(P.S. l'originale stava su un blog ormai morto. Quando non ho niente di meglio da scrivere ho deciso di raccogliere qui i miei post su Parigi. Almeno se ne staranno tutti insieme ;)

venerdì 4 febbraio 2011

L'amour, la mort, les fringues

Voilà. Dico subito che io l'ho visto con la formazione numero uno: Bernadette Lafont (grande), Karin Viard (di più), Géraldine Pailhas (ottima), Valérie Bonneton (la star del momento, la più applaudita, la più amata, la sola vraiment nulle, à mon avis) e Caroline Proust (chapeau).
Allora, comincerei col dire perché la Bonneton è quasi più insopportabile che incapace, così andiamo in crescendo, che, salvo quando si suda in salita, è sempre un bell'andare (cazzo, datemi una sigaretta. anche una nazionale senza filtro. anzi, meglio). Sì, confesso, fa abbastanza ridere sul pezzetto dedicato alle birkenstock. Oddio, sarebbe sulle scarpe. Ma si limita alle birkenstock. Che io adoro e porto da sempre. E che pinocchietto trova pure sexy (ah, la Bonneton fa esattamente la stessa remarque che mi ha fatto una tedesca anni fa: "ma come? una parigina così elegante con le birkenstock?" parigina? wow. elegante? riwow. birkenstock? "c'est ça avoir de la classe" ;-) dunque colpisce e affonda, direte voi. nada. mi fa un baffo. Colpisce e affonda, invece, Karin Viard, che odia la sua borsa: putain, la bastarda, ma parla di me? E come cazzo fa a sapere cosa contiene la mia borsa? Anni fa, per lavoro, sono stata a intervistare un'artista che aveva deciso di ritrarre le borse delle signore. Acquarelli. Arrivavi, vuotavi la borsa, disponevi gli oggetti davanti a lei, lei li ritraeva e, man mano che gli oggetti comparivano nella sua opera, ti chiedeva di dar loro un titolo. Oh. Macché oh. È toccato anche a me (anche perché il giornale, Elle edizione italiana, se proprio volete sapere tutto, voleva l'acquarello della mia borsa. Ufff). Una vergogna infinita. Ho ancora l'acquarello ma lo celo. Chissà mai che qualcuno scopra chi sono davvero.
Vabbè, ritorniamo alla Bonneton. È una comica, mi spiegano le amiche quando usciamo, quella des Petits mouchoirs. Ah, bon? Già non sopporto Marion Cotillard, François Cluzet lo reggo appena, mo' che mi dite che c'è pure 'sto fenomeno nel cast son proprio certa che "Petits mouchoirs" non lo vedrò manco se per sbaglio passa in televisione. Perché non mi è piaciuta la Bonneton? Perché riduce tutto a una macchietta. La stessa. Stessa voce, stessi toni, stesse esagerazioni, che faccia la sorella di Tizia o la mamma di Caia, che parli di Birkenstock (sì, con la maiuscola, perdio) o di Louboutin, di? O diamine, di che altro parla? Ricordo solo il brano sulle scarpe. Mentre delle altre ricordo tutto. L'infanzia e l'anoressia. Il primo amore e il transfert sulla T-shirt. E.
Una pièce al femminile, dove i vestiti sono i grandi protagonisti. La morte (solo quella delle madri, mi sembra di ricordare), un pretesto. L'amore, un caso. Ci sono i vestiti, tanti, i colori, i reggiseni, gli accessori, a raccontare un po' di come siamo fatte noi donne. Almeno in occidente. Tra Usa (e ci sono brani in cui non è proprio automatico riconoscersi) e Francia (e qui, più si cade nel franchouillard e più si ride, quasi come se - ma niente, non faccio la psi). Si ride parecchio, a dire il vero, non si piange mai. Si esce leggere. Anche serene. Senza alcuna sensazione di avere imparato alcunché, ma con l'idea che, in fondo, da questa parte del mondo, ci assomigliamo parecchio, noi donne, bambine, vecchie, fanciulle o signore. Riconosciamo una nevrosi anche quando non è precisamente la nostra. Il tramite è, spesso, l'abito. E se non l'abito, la borsa. Maremma maiala.
In platea ho contato cinque uomini. Soltanto. Per il resto donne. Ma, almeno uno, tra gli uomini, rideva di brutto. Al punto da coprirmi un quinto delle battute.

Au Théâtre Marigny

mercoledì 2 febbraio 2011

Lost in French mood


Malgrado la mia arcinota e strafottente francofilia, ci sono cose che mi sfuggono totalmente dei francesi. Per esempio, da italiana che si è trovata a interpretare un "Fighe. Fano" in bocca tedesca ed è riuscita a spedirli a Vigevano, mi è incomprensibile che i francesi, che, in media, parlano male, anzi, malissimo, qualsiasi lingua, non riescano a comprendere una persona che dica "metro" invece di "metrò". Eppure.
L'altra sera galoppavo verso République, come sempre un po' in ritardo, quando incontro un cinese smarrito che capisco mi fermerà. Rallento, sorrido e il poveretto dice "Concò". O almeno così credo. Lo guardo interdetta. E, manco fossi francese, dico: "Pardòn?" E il signore ripete "Concò?" con aria interrogativa e un po' meno convinta. Poi "Congò?". Infine si lancia "Metrò?". Mi illumino d'immenso, ma da francovirginiecompletamenteidiota, inconsciamente (almeno spero) associo il fatto che sia cinese a Belleville, seconda Chinatown parigina. Perciò sorrido, mi giro e gli dico, felice come la mentecatta che sono: "Belleville, par là".
Lui mi guarda ancor più timido ed esasperato. Poi fa un ultimo tentativo: "Goncò". Ed è là che mi sento veramente ferita: porca vacca l'incomprensione del prossimo è contagiosa, "Goncò", "Goncourt", quasi uguale. "Ah, Goncourt", mi rigiro, "par là".
Baldanzosamente convinta che i francesi non capiscano nessuno, ma tutti capiscano il francese.



(dida: son quasi tutte più alte della Tour Eiffel e quasi tutte - o tutte - in Cina. Eppure. ©JP - Heim. Scovata qui)
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