venerdì 4 febbraio 2011

L'amour, la mort, les fringues

Voilà. Dico subito che io l'ho visto con la formazione numero uno: Bernadette Lafont (grande), Karin Viard (di più), Géraldine Pailhas (ottima), Valérie Bonneton (la star del momento, la più applaudita, la più amata, la sola vraiment nulle, à mon avis) e Caroline Proust (chapeau).
Allora, comincerei col dire perché la Bonneton è quasi più insopportabile che incapace, così andiamo in crescendo, che, salvo quando si suda in salita, è sempre un bell'andare (cazzo, datemi una sigaretta. anche una nazionale senza filtro. anzi, meglio). Sì, confesso, fa abbastanza ridere sul pezzetto dedicato alle birkenstock. Oddio, sarebbe sulle scarpe. Ma si limita alle birkenstock. Che io adoro e porto da sempre. E che pinocchietto trova pure sexy (ah, la Bonneton fa esattamente la stessa remarque che mi ha fatto una tedesca anni fa: "ma come? una parigina così elegante con le birkenstock?" parigina? wow. elegante? riwow. birkenstock? "c'est ça avoir de la classe" ;-) dunque colpisce e affonda, direte voi. nada. mi fa un baffo. Colpisce e affonda, invece, Karin Viard, che odia la sua borsa: putain, la bastarda, ma parla di me? E come cazzo fa a sapere cosa contiene la mia borsa? Anni fa, per lavoro, sono stata a intervistare un'artista che aveva deciso di ritrarre le borse delle signore. Acquarelli. Arrivavi, vuotavi la borsa, disponevi gli oggetti davanti a lei, lei li ritraeva e, man mano che gli oggetti comparivano nella sua opera, ti chiedeva di dar loro un titolo. Oh. Macché oh. È toccato anche a me (anche perché il giornale, Elle edizione italiana, se proprio volete sapere tutto, voleva l'acquarello della mia borsa. Ufff). Una vergogna infinita. Ho ancora l'acquarello ma lo celo. Chissà mai che qualcuno scopra chi sono davvero.
Vabbè, ritorniamo alla Bonneton. È una comica, mi spiegano le amiche quando usciamo, quella des Petits mouchoirs. Ah, bon? Già non sopporto Marion Cotillard, François Cluzet lo reggo appena, mo' che mi dite che c'è pure 'sto fenomeno nel cast son proprio certa che "Petits mouchoirs" non lo vedrò manco se per sbaglio passa in televisione. Perché non mi è piaciuta la Bonneton? Perché riduce tutto a una macchietta. La stessa. Stessa voce, stessi toni, stesse esagerazioni, che faccia la sorella di Tizia o la mamma di Caia, che parli di Birkenstock (sì, con la maiuscola, perdio) o di Louboutin, di? O diamine, di che altro parla? Ricordo solo il brano sulle scarpe. Mentre delle altre ricordo tutto. L'infanzia e l'anoressia. Il primo amore e il transfert sulla T-shirt. E.
Una pièce al femminile, dove i vestiti sono i grandi protagonisti. La morte (solo quella delle madri, mi sembra di ricordare), un pretesto. L'amore, un caso. Ci sono i vestiti, tanti, i colori, i reggiseni, gli accessori, a raccontare un po' di come siamo fatte noi donne. Almeno in occidente. Tra Usa (e ci sono brani in cui non è proprio automatico riconoscersi) e Francia (e qui, più si cade nel franchouillard e più si ride, quasi come se - ma niente, non faccio la psi). Si ride parecchio, a dire il vero, non si piange mai. Si esce leggere. Anche serene. Senza alcuna sensazione di avere imparato alcunché, ma con l'idea che, in fondo, da questa parte del mondo, ci assomigliamo parecchio, noi donne, bambine, vecchie, fanciulle o signore. Riconosciamo una nevrosi anche quando non è precisamente la nostra. Il tramite è, spesso, l'abito. E se non l'abito, la borsa. Maremma maiala.
In platea ho contato cinque uomini. Soltanto. Per il resto donne. Ma, almeno uno, tra gli uomini, rideva di brutto. Al punto da coprirmi un quinto delle battute.

Au Théâtre Marigny

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