mercoledì 22 giugno 2011

La mia madeleine è uno speciale


Cominciai a bazzicare in zona quando avevo dodici anni. Il perché non credo lo racconterò mai su questo blog. Tanto più che in questo caso non ha nessuna importanza. Quel che mi sfugge è perché andassi al bar Magenta. Forse al traino di ragazzi più grandi, chissà. Per certo a 12 anni non bevevo birra. Neppure mi piaceva, a 12 anni, la birra. E non bevevo nemmeno caffè. Del resto neppure quello mi piaceva. Magari bevevo la cioccolata calda. Ma a guardare dagli Anni 11 del 2000 gli Anni 70 del secolo scorso trovo estremamente improbabile che al Magenta facessero la cioccolata calda. Magari la facevano apposta per le bambine come me. Ché, altrimenti, che altro avremmo potuto bere al Magenta?

Non lo persi mai di vista negli Anni 70. E, nel frattempo, a 16 anni o giù di lì, cominciai a bere birra. E anche caffè, a dire il vero. Ed è lì che iniziai con lo "speciale". Non ricordo chi mi iniziò. Probabilmente un carducciano a caso, un giorno in cui una manifestazione si era sciolta attorno a Cadorna. Non so dire se lo "speciale" sia buono: pancetta, caprino, salsa di vattelapesca e nonsochealtro. Però credo di non aver mai preso un altro panino al Magenta. E neanche so che altri panini facciano al Magenta, a dire il vero.

Poi ci fu un bar Magenta indimenticabile. L'unico dove forse non misi mai piede. Gli Anni 80 per me furono molto poco anni da Bar Magenta. Ricominciai, e molto, molto saltuariamente, solo ad Anni Novanta inoltrati, quando il Magenta non era più quello del "Vizio dell'agnello", il migliore ritratto che mai ne fu fatto, a mio avviso. Nato, ai tavolini del "Tre Gazzelle", in corso Vittorio Emanuele, dalla stilografica del Pinketts: "Il bar Magenta a mezzanotte era gonfio di varia umanità. La birreria storica era stata per qualche anno ricettacolo di gente "fuori", secondo una definizione inelegante e imprecisa. La gente "fuori" una volta entrata nel bar Magenta diventava automaticamente gente "dentro". Fuori restavano solo quelli che non entravano nel bar Magenta perché lo immaginavano come le prime nuvole del paradiso artificiale. Il locale era vasto e molto suggestivo. I baristi non facevano servizio ai tavoli e ogni volta era una lunga fila alla cassa, assediata da marinai di una città senza mare, da sirene femministe che guai se toccavi loro la coda, da piccoli spacciatori e da finti rivoluzionari che aspettavano lì che il mondo cambiasse. Invece era cambiato il bar Magenta. Dopo qualche piccolo, timido tentativo, il resto del mondo si era fatto coraggio ed era entrato al Magenta. Lo aveva inondato di presenze eterogenee, poliziotti e fotomodelle americane, studenti universitari e commesse, fotografi e compagnie di solari innocuità. I proprietari avevano aumentato i prezzi. La rivoluzione era fallita. Il tempio era stato sconsacrato. Tutti, proprio tutti, almeno una volta nella vita mettevano piede al Magenta. Le ragazze alla pari tedesche posavano i loro grossi sederi sulle ginocchia di liceali della scuola americana di Milano. Il locale era diventato più vivo proprio perché di mille vite si nutriva. Il pavimento era moquettato di cicche di sigarette e mozziconi dei miei sigari. I posacenere non esistevano più da quando, nel 1910, all'apertura qualcuno se li era fregati tutti. Il locale era affollato come l'uscita di sicurezza di un cinema in fiamme".

E un giorno ci tornai al Magenta. Non so precisamente quando, ma sono certa che sono stata al Magenta con tutti. Tutti i miei amici e tutti i miei amori (forse no, forse con quello attuale no). Ricordo benissimo l'ultima volta che ci sono stata. L'ultima prima di oggi, intendo. Una serata, anzi, una notte struggente. Della malinconia di un amore che non è mai voluto scoppiare.

Infine oggi ci sono tornata. Con la nipotina in visita. Abbiamo preso lo "speciale" entrambe e il fiume dei ricordi è montato e mi è tracimato dalle labbra. Chissà che ha pensato la nipotina.



(la foto è quella del sito del Magenta)

martedì 21 giugno 2011

Datemi un randello

Virginie è sotto choc. E, perdinci, assicuro che non è facile choccare virginie. Come i miei pochi lettori già sanno, avevo lasciato Milano quasi 15 anni fa. Ci sono tornata molte volte da allora, naturalmente. Però, è evidente, il toro in Galleria non l'avevo più rivisto. O, semplicemente, non ci avevo più fatto caso. In ogni modo, ne sono certa, l'avevo lasciato come appare nella foto: splendido splendente.
Poi, ieri, sono passata in Galleria con la nipotina, in visita per la prima volta a Milano. E come zia Cicerona le ho raccontato del toro, delle palle e. E sono rimasta senza parole, muta e annichilita di fronte a un buco. Il "mio" toro, mio come di ogni milanese, è ormai una povera bestia castrata, che a me appare priva della benché minima dignità. Ma come avevamo fatto fino a 15 anni fa a preservare le palle del Toro da tutti quelli che ci si sono trottolati sopra? Ecco che ne dice wikipedia: "La tradizione afferma che ruotare su se stessi stando col tallone del piede destro sui genitali del toro ritratto a mosaico entro lo stemma della città di Torino sul pavimento dell'Ottagono della galleria, porti fortuna. Questo rito scaramantico, ripetuto centinaia di volte al giorno dai passanti, principalmente turisti, usura velocemente l'immagine del toro che deve essere ripristinata frequentemente. In realtà l'antica tradizione milanese prevedeva di strisciare il piede sullo stemma soltanto la notte del 31 dicembre a mezzanotte".
Ed ecco come appare oggi il "mio" toro (simbolo di Torino. Che sia uno sfregio voluto?)

mercoledì 1 giugno 2011

Tra un turno e l'altro

Cammino perché devo riappropriarmi della città. Sono 14 anni che vivo a Parigi ma sono milanese. E a Milano sono vissuta per 34 anni.
Cammino perché vengo da Parigi. E a Parigi si cammina. O si prende il métro. O l’autobus.
Cammino perché si dice che a Milano il vento sta cambiando. E devo coglierlo ‘sto vento. Raccattarne almeno una briciola.
Cammino perché Milano non è mai stata così bella. Cielo azzurro, senza nubi, sole caldo. Ragazze bellissime. E puttanieri à go-go.
Cammino perché solo camminando posso arrivare.
Cammino perché la seconda volta che passo per piazza Argentina voglio vedere il gazebo di Pisapia pieno.
Cammino perché voglio vedere almeno una pista ciclabile che non contenga anche un tombino.
Cammino perché Milano è la mia città. E la conosco.
Cammino perché non ho niente di meglio da fare.
Cammino perché vorrei sapere perché a Milano non si incontra mai un gatto.
Cammino perché voglio incontrare tutti i Senegalesi di Milano.
Cammino perché Lella Costa un tempo diceva di essere “castana dentro”. E io mi sentivo precisamente uguale. Beh, Lella, vale per te come per me: magari castane dentro, ma, puttana, che bionde fuori.
Cammino perché mio marito è nato a Cagliari. Ma si sente Romano. E sono riuscita a fargli credere che Milano è bella.
Cammino perché voglio sapere com’è Milano. È cambiata Milano?
Cammino perché Milano è cambiata.
Cammino perché Milano non è la stessa a Corso Como o alla Comasina.
Cammino perché voglio vedere quanti cazzo di manifesti elettorali sono riusciti a incollare uno sull’altro.
Cammino perché voglio contare quante persone ostentano qualcosa d’arancione.
Cammino perché voglio vedere se Milano pùo essere ancora Milano.
Cammino perché voglio vedere se Milano può essere ancora.
Cammino perché voglio vedere se Milano può essere.
Cammino perché voglio vedere se Milano può.
Cammino perché voglio vedere se Milano.
Cammino perché voglio vedere se.
Cammino perché voglio vedere.
Cammino perché voglio.
Cammino perché.
Cammino.


(la foto l'ho presa qui)
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