venerdì 14 dicembre 2012

Padri
(anche questo scritto molto tempo fa,
a Parigi)

lunedì, 29 gennaio 2007

Ieri maratona teatrale, Les Éphémères al Théâtre du Soleil: siamo entrati all'una e ne siamo usciti dopo le nove. Spettacolo quanto mai mobile, dove tutto è in mutazione e che, in alcuni casi, colpisce duro.
La ragazza di fianco a me, per esempio, credo non abbia retto "La Promenade", che metteva in scena un ER alla francese e la morte per incidente stradale. Per me, invece, è stata Perle, protagonista di diverse situazioni, ma in particolare di una "Nuit à l'hôpital". Perle soffre della condiscendenza con cui la tratta la giovane infermiera. Perle non è completamente sana di mente, ma la cosa non ha alcuna importanza.

Mio padre che, quando è morto, a 71 anni, della sua testa conservava se non il 100% ben più del 90, trovava intollerabile essere trattato come un infante. Credo sarebbe stata la peggiore umiliazione - e non credo perciò vi si sia abbassato - dire che, sì, capiva, che no, non era medico, però, insomma. Cosa avrebbe dovuto dire? Forse che aveva fatto il professore universitario quasi tutta la vita, che leggere, studiare, cercare di capire e provare a trasmettere qualcosa ai suoi studenti era stata parte del succo della sua esistenza, che non era un bambino, né uno stupido e che non era regredito a uno stadio infantile? Perché avrebbe dovuto spiegare qualcosa? Cosa, poi? Avrebbe avuto il diritto, come Perle e come tutti gli altri, di non essere compatito, non nel senso deteriore del termine, intendo, quello nobile spettava a chi gli voleva bene. Diritto a non essere trattato come un coglione. Un diritto negato, come altri. A lui ha fatto molto male allora, a me ha fatto un pochino male anche ieri.

E, a proposito di padri, avrei voluto leggeste "Padre" di Babsi Jones. In rete non lo trovo più ed è un peccato: è una delle cose più colme di forza che abbia letto negli ultimi tempi. Mi ha fulminato. Un po' come Sappiano le mie parole di sangue. Stessa autrice, ça va sans dire.

mercoledì 26 settembre 2012

Che ci faccio qui?


Un vecchissimo post (16 marzo 2007), da un blog ormai scomparso. Parigino, comunque, dunque lo metto qui.


Perdo colpi. Meglio che lo confessi subito: ho il cervello in poltiglia. Martedì pomeriggio ricevo una telefonata da una pr che non conosco, che comincia a parlare a raffica: "mi ha dato il suo numero Raphaël di nonidentificoche. E mi ha parlato di lei anche Catherine di nonidentificocos'altro" (e chi diavolo sono Raphaël e Catherine? Mai coperti. Anche loro pr non identificati, suppongo). Una volta appurato che la tizia dall'altro lato dell'apparecchio vuole parlare proprio con me, i miei due neuroni si separano e io mi distraggo. Guardo lo schermo del computer, apro una mail, poi mi accorgo dell'errore e cerco di concentrarmi: tutto quello che so è che mi sta invitando a colazione per una presentazione. Sono così mortificata che non realizzo che ha detto "colazione" e non "pranzo". Odio le conferenze stampa a colazione, le trovo orribilmente indigeste. Mi propone mercoledì (domani? Naaaaaa, domani na. Per me "via il dente via il dolore" in senso figurato non vuol dire nulla. Tutte le cose sgradevoli le lascio per l'ultimo momento possibile. Si sa mai, nel caso morissi prima mi sarò almeno evitata una rottura di coglioni) o venerdì. Opto per la soluzione numero due. Quando ricevo la mail con l'invito ho quasi uno sbocco: sono invitata alla presentazione della Grande Punto Orange (di maiuscole ce n'è pure di più ma io non ho nessuna voglia di urlare) alle 9.30 di venerdì 16. Ergo precisamente stamattina.
Mentre mi chiedo che cazzo sarà mai una Punto Orange, arrivo al luogo d'incontro: un negozio Orange, ngh. Orange è la branca di France Telecom che si occupa di telefonini e di Internet. La pr che non conosco mi accoglie come se avessimo scopato insieme tutta la notte (vabbè, esagero, solo come se avessimo cenato insieme ieri sera). Che ci faccio qui? Non guido un'auto da oltre dieci anni (bugia: una volta, tipo sei anni fa, ho guidato da casa di mamma all'aeroporto di Linate per andare a prendere il fidanzato, ma poi ha guidato lui), non distinguo una Punto da una Cadillac, le uniche macchine che riconosco sono le Jaguar (quelle prima degli Anni 80) e le Twingo, tutte le altre mi fanno schifo, quando il fidanzo cambierà la macchina aziendale dubito che sceglierà una Punto, una volta ho provato a scrivere di auto e facevo veramente schifo. Che ci faccio qui? Non sono io che mi ripeto, è l'eco: al mio fianco c'è una giornalista francese che scrive per un giornale di gastronomia.

Ops, già, vi devo ancora dire cos'è 'sta Punto Orange: auto + cellulare multifunzioni Bluetooth (che anche qui, cazzo c'entra il dente blu? Mah). Cioè, compri quella Punto lì (sbrigati, però, che ne fanno solo 500), quel cellulare lì (due modelli, uno da 1 € e uno da 229 €, indovina di quale ti parlano e quante decine di funzioni ha in più dell'altro?) e poi puoi parlare al cellulare in auto senza fare niente; riconoscimento vocale perfetto: "chiama casa" e lui pronto ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti. Senza bisogno che ti sforzi di spiccicare le parole come un mentecatto. Ci puoi collegare l'i-Pod (lo chiamano Mp3, ma è un i-Pod, si vede benissimo), così poi dici che vuoi sentire "Cocaine" J.J.Cale e lui (lei? che cos'è? un sistemino Microsoft in ogni caso) pronto, te la fa sentire. Insomma altro che viva voce. Di quanto me ne frega dei cellulari e del rapporto scarsamente italiano che ho con quei telefonini lì lo racconto un'altra volta. L'i-Pod (Daisy, mica cazzi), confesso, ce l'ho. Resta da sapere il prezzo della Punto Orange: 10.990 €, dice il tizio. Sulla cartella stampa c'è scritto 11.750 € per la versione tre porte più sfigata. Boh.
Qualcosa ci ho guadagnato: dieci macarons arancio (ça va sans dire) di Fauchon e una chiave (pennetta?) Usb con le foto, che spero si possano cancellare così mi rimane una pennetta con doppio sponsor, bleah. Mi sa che batto in testa.

lunedì 24 settembre 2012

Ma c'è ancora Milano? Io non riesco più a trovarla


Era il mio status di stamattina su Facebook. Quando ho ripostato un video inviato da Tecla Dozio, la canzone "Non c'è Milano" di Fabrizio Canciani e Stefano Covri.
Qualche ora dopo, Tecla ha postato una foto: la ritrae seduta accanto a Carlo Oliva, che, dalla scorsa notte, non c'è più.
Non conosco tanto bene Tecla Dozio (e, soprattutto, lei certamente non conosce me), ma ho frequentato per un certo periodo della mia vita La Libreria del Giallo, la sua libreria, insomma, uno dei luoghi che rendevano Milano bella. Negli Anni 80 e 90, almeno. E non conoscevo tanto bene neppure Carlo Oliva, confesso. L'avevo incontrato più volte, sempre in quegli anni là, alla Libreria, alla Radio (Popolare, ça va sans dire) e a casa di amici comuni.
Ancora adesso, rientrata a Milano, ascoltavo "La caccia", il programma della domenica su Radio Popolare: caccia all'ideologico quotidiano. Di Carlo Oliva, appunto, e Felice Accame. Lucidi, colti, mai pesanti. O raramente pesanti, piuttosto.
Sarebbe stato un buon maestro, il professor Carlo Oliva. Forse lo è stato, chissà. È andato.
Che tristezza. Per Carlo Oliva, certo. E per Milano, che perde un'altra gran bella testa d'intellettuale niente affatto organico al sistema e neppure se ne accorge. E per me, che ritrovo sempre meno Milano.

Per di più piove.

mercoledì 19 settembre 2012

Milano: arte, sfilate, divertimento


ecchice. milano. arte. ('nzomma). sfilate (sicuro). divertimento (in che film? non pervenuto per quanto mi riguarda. a meno che non si stia parlando di quattro alcolisti al bar).
madonna quanto odio milano. e sì che ci son cresciuta. e sì che negli Anni 80 ne avevo venti e mi son divertita da morire. mi son bevuta (e fumata e) la Milano da Bere. ok. adesso basta. basta con corso como. basta con la coca. basta con le bugatti. basta con i burini. basta con le facce di merda (e incontro quasi solo facce di merda). basta. ve lo dico chiaro e tondo: pisapia non è sufficiente. e milano continua a far cagare. punto.

P.S. se cliccate sul titolo ci si capisce anche meglio; quel che intendo l'ha mostrato benissimo questo servizio, andato in onda a Piazza Pulita, http://www.youtube.com/watch?v=VI3WA1_Y44U giovedì 20 settembre 2012 (cioè dopo che avevo scritto il post)

giovedì 14 giugno 2012

Beata ignoranza


Io di musica non capisco una fava, è noto. Ma di nessuna musica, neh. Non capisco niente d'opera né di musica classica, non capisco di rock né, tanto meno, di jazz, non capisco neppure di canzonette. Per me vale quel che mi aggrada (dunque adoro l'easy listening, ça va sans dire), "buono, no buono" e neppure secondo criteri obiettivi, proprio secondo quel che piace a quell'ignorante che sono. Ergo, confesso: non sono andata a vedere (ascoltare) Bruce Springsteen. Non me ne poteva fregare di meno. Tanto più che l'ho visto (ascoltato) quattro, dico quattro, volte, a Parigi. E che tutte le quattro volte ho trovato il concerto esaltante: Bruce è una bestia da palcoscenico, i suoi concerti sono riti pagani, si spende e si dà come nessun altro io abbia visto (ascoltato). Perciò ti senti bene, altroché. Però a me, alla fin fine, non piace. E, forse, sotto, ho capito perché.

Folgorazioni - lunedì, 25 giugno 2007

Sabato sera "Berlin", ovvero la spettacolare rivisitazione di se stesso a distanza di 35 anni da parte di Lou Reed. Mentre i brividi mi prendevano la nuca (in particolare alla nuova versione di "Men of Good Fortune" nella prima parte, e di "Satellite of Love" nella seconda) vedevo pinocchietto affossarsi nella poltrona. E, tac, ho capito. Di colpo mi è stato chiaro perché non mi è mai piaciuto Bruce Springsteen. Anche se, per via di un paio di fidanzati tra cui pinocchietto stesso, ho cominciato, seppur tardivamente, ad ascoltarlo. Springsteen, semplicemente, non era Lou Reed. Non era la sua l'America che mi interessava. Non era quella la musica che mi apparteneva o a cui volevo appartenere. Springsteen non mi invitava on the Wild Side. Al massimo poteva spingermi a correre. Come accidenti ho fatto a non capirlo prima?

P.S. lo so, lo so, Lou Reed ha 65 anni. A parte il fatto che è già sorprendente che ci sia arrivato, il ragazzetto di fianco a me doveva essere a meno dieci la prima volta che virginie ha visto Lou Reed in concerto, 27 anni fa. E se il vecchietto è buono per un 17enne del 2007, figurarsi se non è buono per me.



(nella foto la locandina del film, che non ho visto e non mi interessa. io parlo di quel che vidi a teatro)

giovedì 24 maggio 2012

Stasera berrei volentieri una birra qui




È L'Autre Café, al 62 rue Jean-Pierre Timbaud. Naturalmente a Parigi. Vicino a casa, sniff

martedì 22 maggio 2012

Maledetta nostalgia

mercoledì, 20 giugno 2007 - Passeggiata numero 1

Esco e vado a sinistra. E comincio a salire. La rue de Belleville si inerpica verso le buttes dell'est parigino. Prima dolcemente, poi sempre più impervia. Sono già passata dall'altro lato della strada. E salgo. Salgo. Fino alla piazzetta con il trompe-l'oeil di Ben. Qui prendo il tempo necessario per assaporarla un po'. Per guardare la gente seduta ai tavolini. Per vedere che spettacolo imbastiranno la sera. A quel punto ho già svoltato in rue Julien Lacroix. Appena dietro l'angolo mi attendono i colori inneggianti a dio che sventolano fuori dalla Chiesa riformata. Giro lo sguardo attorno su vecchie case così tipicamente parigine che non se ne vedono quasi più e su obbrobri urbani che potrebbero trovarsi ovunque. Proseguo e arrivo nel cuore del parco di Belleville, là dove la rue Julien Lacroix lo separa in due lembi. Riesco a fatica a estraniarmi dall'odore mefitico delle deiezioni canine che campeggiano in ogni aiuola e ricomincio a salire. All'interno del parco questa volta. Su su fino a raggiungere la Maison de l'air, la casa dell'aria. E anche del vento, come mi piace pensare. È allora che mi giro e assaggio una scaglia di felicità. Ai miei piedi si stende tutta Parigi.

venerdì 18 maggio 2012

Aspettando Blanche

lunedì, 12 novembre 2007 - Attenzione: capolavoro

Avevo una fifa bestia. Un po' perché ho il vezzo di dire che "Moby Dick" è il mio libro preferito (anche se ce ne sono almeno una decina d'altri - o, forse, son centinaia - a tenergli compagnia). Un po' perché pinocchietto a teatro si addormenta spesso anche di fronte alle commedie brillanti e il Moby a teatro rischiava forte di essere un peso intollerabile pure per me che l'adoro. Un po' perché era all'Odéon e di mattoni all'Odéon ne ho sorbiti una quantità. Insomma, ero prevenuta, prevenutissima. Invece. Invece sono rimasta a bocca spalancata per 2 ore e 25 minuti. Ho scoperto un attore sensazionale, Marco Foschi, un Ismaele da apoteosi, e un regista fantasmagorico, Antonio Latella, che ha regalato a un pubblico muto per lo stupore un "Moby Dick" se possibile (ma no, ovviamente, è impossibile) ancor più ricco dell'originale. Gli attori: stupefacenti, tutti, bravi mimi, bravi cantanti, splendidi attori, che altro si può volere? Quando Queequeg-Timothy Martin rassicura Ismaele di vedetta, intona uno "Stabat Mater" da settimo cielo, una voce nera come fino all'altro ieri credevo si ascoltassero soltanto in Paradiso. Dante, con la sua Divina Commedia, punteggia qua e là il testo di Melville e Achab-Albertazzi recita il monologo di Amleto. In un modo tale, con una maestria e un'incurante profondità, che mi sembrava di sentirlo per la prima volta. C'è tutto, l'alto e il basso, la summa dell'umana sapienza e l'atmosfera a bordo di una baleniera ricreata con quattro assi, due canzoni e qualche boccata di pipa. pinocchietto non ha battuto ciglio e ha tenuto gli occhi spalancati per tutto il tempo. Stregato almeno quanto me.
Viceversa segnalo, per dovere di cronaca, che Libé l'ha trovato orribile, falso, pretenzioso, facile, inutile. E pure Le Monde ne è deluso. Per fortuna che c'è Télérama: per loro è uno spettacolo assolutamente da non perdere.

(nella foto: Laura Marinoni, splendida persino più di quand'era al liceo ;) - lo so bene, eravamo in classe insieme. Laura è la Blanche della versione "latelliana" di Un tram che si chiama desiderio, che conterei di vedere a Milano l'autunno prossimo. Se no vi inseguo, giuro ;-)

giovedì 17 maggio 2012

Omaggio a Carlos Fuentes

C'est ça Paris (mercoledì, 10 settembre 2008)

Sono talmente arrotolata su me stessa che neppure lo vedo. È solo sentendo un improvviso calore all'altezza della coscia sinistra che alzo lo sguardo. E incontro, come sempre, la sua cornea tanto bianca da diventare azzurra e l'iride nero, persino più della pelle. Toh, ho sempre pensato che fosse pakistano, mi dico, ma non può essere, siamo in periodo di Ramadan come dimostrano le dieci macellerie arabe della via, tutte chiuse al momento. Sarà indiano, allora. O magari viene dallo Sri Lanka. Sorrido, ancora come sempre, ma no, continuo a non comprare le caldarroste. Anche se so che potrebbero essere le uniche che venderai, vista la giornata. Poi giro gli occhi e mi trovo davanti la Jean Seberg del 2000: ballerine violette e un lungo abito azzurro e lilla che lascia spalle e schiena completamente scoperti. Sopra tutto questo due occhi sgranati e una corta zazzeretta bionda: un'apparizione.

P.S. Carlos Fuentes scrisse, tra le altre cose, "Diane ou la chasseresse solitaire", in cui narra della sua liaison con Jean Seberg (nella foto), magnifico strillone in "À bout de souffle" e anche moglie di uno dei miei autori-fétiche, Romain Gary)

giovedì 22 marzo 2012

Donne. Parlate

LA VIOLENCE
Si tu te tais, elle te tue


(traduzione, molto meno bella, perché non allitterata: La violenza. Se taci, ti uccide. E ribadisco: punto).



(foto: ©Cettina Calabrò)

venerdì 16 marzo 2012

Confessioni molto idiote (Abercrombie&Fitch)

Et voilà, se avete voglia di leggere cose serie, impegnate, importanti, questo non è il luogo giusto. E ora che ho mollato il mio avvertimento posso proseguire.
Abercrombie&Fitch mi fa orrore. Anzi, no, come sempre eccessiva, mi fa parecchio schifo, però.
'azzo è? dirà qualcuno (meglio se toscano ché l'apostrofo gli viene meglio). Ma, siccome le mie frequentazioni sono tanto varie quanto eventuali, qualcun altro lo sa perfettamente. Una merda di negozio, una merda di catena, una stronzata Usa di primissima grandezza. E ce lo sapevo anche ieri, a dire il vero.
Seconda premessa: io godo di diversi nipoti. Godo nel senso che essendo una mater solo in potenza (ma che potenza, perdiana) quei meravigliosi surrogati che sono i miei sei nipoti mi riempiono d'orgoglio (e posso: ché sono una zia e le zie non hanno altro compito che coccolare ed essere orgogliose ;-). Domani è il compleanno di una meraviglia biondoislandese che si trova a essere una tra i miei sei nipoti. La meraviglia biondoislandese viene da famiglia parecchio fashion victim (e lo so, ognuno ha le sue pecche. Io ho una "belle famille" di fashion victims. Ci tengo al plurale, talvolta). E, in generale, famiglia e pargola detestano i giochi (o i libri) che scovo per la malcapitata. Ergo mi piego alla volontà generale e mi dico che ci vuole un regalo fashionista (oddio, messo così fa quasi paura. Ma non c'è da temere: è abbastanza reazionario, ma non fascista, giuro). E chissà in base a quali curiosi percorsi delle mie sinapsi sono arcicerta che troverò mon bonheur (et le sien, della nipote. E, per inciso, pure dei suoi genitori) chez Abercrombie.
Ergo vado. San Pietro all'Orto angolo Matteotti. Pieno centro, per i non milanesi. Tra Duomo e San Babila spostato a sinistra (per chi va da Duomo a San Babila, ovvio). Mi è arduo confessarlo ma c'ero già stata. In perlustrazione. Dopotutto, per vivere faccio "l'esperta in cazzate" e questo genere di cazzate mi tocca. Solo che era un mucchio di tempo fa e avevo scordato il ribrezzo. (e anche: è una scusa moscia. 'sto robo ha aperto una boutique pure a Parigi. In un posto da urlo, forse il posto più figo di tutti gli Champs Elysées. Eppure a Parigi non ci ho messo piede. Vabbè, troppo lunga da spiegare).
Per chi non ci sia stato: l'ingresso è strepitoso. Insomma, nel suo genere, naturalmente. Portone a doppio battente, con doppio presunto figomodellino a far da guardia di porta e, al centro dell'androne, ragazzo nero con addominali a tartaruga, supposto fighissimo, e fighetta docbiondoamericana che ti assale con l'imposizione-domanda: "vuoi fare una foto". Ora, tra un paio di mesi (anche meno) ho 50 anni, grazie a dio non sono sessualmente frustrata, cazzo me ne frega di fare una foto con uno che ha l'età del figlio che non ho? Rispondo no e il ragazzo insiste (ma che? Fai marchette nel tempo libero? Si direbbe, vista la tua scienza nel tentare di irretirmi).
Un po' mi innervosisco: già, finora non ho mai pagato un uomo per venire a letto con me. E, arrivata a questo punto, preferirei la castità all'idea di pagarne uno. Ma non c'entra. Gli è che non disdegno le tartarughe sullo stomaco, ma non le ho mai considerate essenziali. Loin de là, anzi. A me gli uomini piacciono corpulenti. E non mi interessa se hanno la pancia. Vabbè, pur'io son strana. Ma. Ma il palestratissimo ragazzo è una perfetta icona gay, che ho a che vedere io con tutto questo?
Dunque mi ri-innervosisco ;-)
E poi, mannaggia, entro. Accidenti, me l'ero dimenticata: non si vede un'ostia. È tutto nero, buio etc. Mi sembra quasi che la sola cosa a far luce siano le scale (ogni gradino è illuminato, sì sì, potete immaginare burinata peggiore?). Probabilmente mi sbaglio, ma è quasi così. In più io, miope, ho solo gli occhiali da sole (graduati, ma da sole), perciò non posso che toglierli. Per fortuna non son completamente ciecata. Però, putain, non ci si vede niente. E si perde in profondità da morire.
Sento (più che vedere, intendo) giovani virgulti di maschio e ragazze da sogno fluttuare attorno a me. Tutti commessi. Tutti rigorosamente stranieri. Tutti apparentemente affaccendati. Poi vai a sapere se non è una specie di facite ammuina.
Intanto l'odore (lo so, lo so, si chiama profumo, ma il mio sofisticato naso che sopporta solo profumi sublimi altrimenti li classifica nella categoria "puzze", non ce la fa a parlare di profumo) mi rende quasi isterica. Ma nessuno ha pietà dei nasi sofisticati? La metafora marinara dell'ammuina, insomma, continua: non vedo nulla, sono nauseata e barcollo come avessi il mal di mare.
Vabbè. Per fortuna il reparto "kids" (e sì, dai, mica poteva essere un reparto "bambini") fa una certa eccezione. La commessa non è bionda, né alta, ed è sufficientemente competente. E io prendo un vestitino da urlo. Avessi trent'anni e dieci chili meno lo vorrei per me. Anzi no, è blu notte, a me starebbe comunque da schifo mentre alla bimba biondoislandese starà da dio.
"Mi può fare un pacchetto regalo, per cortesia?" "Alla cassa, al secondo piano". Siamo al piano terra, accidenti. 'sti minchioni ti vogliono costringere a girare tutto il negozio. In mezzo a 'sto odore del cazzo. E senza vedere una minchia. Ma bravi.
Attorno si parla quasi solo inglese. "uè, ma siamo a milano" mi verrebbe quasi da dire. Ma, intanto, sono arrivata alle casse e presento il mio vestitino blu. "Posso avere un pacchetto regalo?" chiedo garbatamente. "Abiamo solo queshte scatòle". Eh, merde, col vestitino bisogna viaggiare. Le scatole sono immense, dunque declino l'offerta. "Alora, il saketino". E vada per il saketino.
Porgo la mia carta di credito. L'ammeregana ventenne lo fa passare nella macchinetta. "Non fonsiona". Reazione imprevista e istintiva di virginie: "non è possibile". La quale reazione suscita una reazione altrettanto imprevista e istintiva nella ragazza: "no, è nostra makìna: a volte non fonsiona; con alkune carte".
Ok, dico, mettetemi da parte il vestito, vado a ritirare un po' di contanti e torno. "per favore, scrive suo nome qui?". Scrivo mio nome lì. E vado in piazza Meda al bancomat.
Ri-torno. Ri-entro. Ri-modellochechiedesevogliofarlafoto. Ri-buio. Ri-puzza. Ri-scaleluminose. Ri-duepiani. Ri-cassa. Eh, merde, c'è la coda. E qui malignamente noto che sono forse la più giovane in coda. Complimenti: vestite i ragazzini, ma comprano le mamme (o le zie). Ché solo loro hanno i soldi per farlo. 'fanculo.
Ri-dueragazzedietroilbanco. Ri-passaggiodifigoditurnochevaabaciareunadelleduemasiguardabenedall'aprireun'altracassa. Ri-chiacchieraconaltracommessa.
Arrivo al banco. Uff. "Scusi, sono passata 5/10 minuti fa, vorrei comprare un vestitino per una bimba, sono andata a ritirare i contanti..." non so manco che aggiungere di fronte allo sguardo da ameba. "Beh, guardi sotto il bancone, c'è un sacchetto con un nome: Paola Vallatta". Lo estrae. Me lo consegna. Pago.
E finalmente esco con il mio delizioso vestitino.
Mi giuro che non ci entrerò mai più. Ma del vestitino sono felice.
(Ah, mi dico, sta a vedere che la mia carta di credito non passa perché è di una banca più o meno etica: il Crédit Coopératif. Ammericani di merda, penso - ok, ok, statunitensi, scusate).
In ogni caso avanzo fiera. Facendo dondolare il sacchetto. Poi a un certo punto lo guardo: è quello della foto. Perfetto per contenere un vibratore, ma potrò mai consegnarlo alla biondoislandese che compie nove anni?
Boycott Abercrombie, please (non tanto tanto per il sacchetto, per la totale).

lunedì 5 marzo 2012

io penso positivo


La mia amica ignota rosa, splendido architetto che un tempo viveva a Segrate e ora vive a Parigi (così chi ti conosce, ti becca, ignota cara ;-) ha postato su Fb un elenco delle cose che le mancano di Milano.
Copio quelle che sottoscrivo:
- le birrette alla bella aurora
- i panzerotti
- il cappuccino con la polvere di caffè a forma di cuore (anche se a me il cappuccino fa schifo, però a cuore, ecco, ndv)
- gli aperitivi in piscina
- i pacchetti di sigarette da 10
- l'affogato al caffè
- le case di ringhiera
- il pirellone
- l'edificio di gio ponti nei giardini di palestro
- il pac
e infine...le notti al plastic

A me, disgraziatamente, di tutto questo non manca nulla perché ormai vivo qui. Però, tolte Le amiche, di cui ho già scritto, e l'elenco di cui sopra, ho anch'io qualche altra nota positiva di cose che mi piacciono assaissimo.
Per esempio:
- Poter cenare a Cremona all'Hosteria 700
- L'aperitivo al pub di piazza Leonardo
- L'odore della pioggia di Milano (è una puzza? sì, forse sì, ma per me è l'odore di Milano. Come quello di Parigi è quello della metropolitana. Che, anche in quel caso, è una puzza. Ma me manca istess').
- andare dal macellaio e trovare finalmente il magatello (o lo scamone) e riuscire un vitello tonnato juste comme il faut
- il bar Magenta

e il resto ora non mi viene, ma prima o poi aggiorno ;-)


(foto: lalauradavì, che se si secca la cancello. baci)

domenica 29 gennaio 2012

Lettera aperta a Romeo Castellucci

Egregio Signor Castellucci,
ieri sera sono riuscita finalmente a vedere il suo spettacolo "Sul concetto di volto nel figlio di dio". Mi era sfuggito a Parigi ed ero contenta di avere l'opportunità di vederlo infine a Milano. Nel frattempo ho firmato petizioni per la libertà dell'arte, a favore dello spettacolo e ho seguito, più o meno, il dibattito creato.
Fuffa, mi sia consentito. Come lei ha ribadito più e più volte, il suo spettacolo non è affatto blasfemo, cosa che comunque non sono certa mi avrebbe disturbato, sono un'atea anche vagamente "mangiapreti", tuttavia il suo spettacolo mi ha "sconvolta". E, per una volta non abuso di questa parola, ieri sera ero proprio sconvolta.
Purtroppo si è fatto un gran parlare del volto del Cristo di Antonello da Messina sulla tela di fondo, sulla presunta blasfemia, sulle proteste degli stupidi, sull'ingerenza della Chiesa etc. Dello spettacolo in sé, invece, si è parlato poco. Confesso che sono riuscita a reggerlo soltanto per tre quarti, tra lacrime e singhiozzi, poi, sono uscita dalla sala (sbirciando, un paio di volte, dopo essere riuscita a frenare lacrime e singhiozzi, per vedere come procedeva). Sono stata l'unica persona a farlo, a uscire, intendo, (vero è che la scena è più frequente a Parigi: non ricordo di aver mai visto qualcuno in Italia uscire nel bel mezzo di una pièce). Viceversa non sono stata l'unica a piangere o a singhiozzare.
Il fatto che la sua pièce "sconvolga", probabilmente, è un attestato di merito. Si potrebbe dire che il messaggio arriva. Ma è precisamente di questo che non sono sicura. Personalmente non sono riuscita a capire cosa volesse dirci, mi sfugge il significato della sua pièce. Forse le sue ragioni sono di ordine personale, dunque, non mi permetto di chiedere alcunché su questo aspetto. Solo, e me ne scuso, tengo a farle sapere che a me ha fatto, credo inutilmente, molto molto male. E temo che anche ad altri sia accaduto qualcosa di simile. Senza entrare nel dettaglio, in meno di un'ora, ieri sera, ho fatto un balzo indietro di due lustri: mio padre è morto una decina di anni fa e, appena da qualche mese, sono riuscita a non vedere più, quale prima immagine di lui, l'essere fragile da accudire come un bambino che è stato negli ultimi mesi di vita. Da poco, troppo poco, pensando a lui evocavo prima di tutto quel papà bello, forte, pieno di vita, di entusiasmo etc. etc. che ho avuto e che merita, come ciascun essere umano, di essere ricordato al meglio. Poi, ieri sera, il suo spettacolo ha ritirato fuori l'angoscia tutta insieme. E, confesso, gliene voglio. Soprattutto perché nella sua pièce non c'è catarsi, ergo non si riesce a purificarsi, a fare ammenda, a elevarsi, tutto rimane lì, non è neppure un maglio, solo una sofferenza indicibile. Probabilmente ad altri servirà, probabilmente è un monito utile per tanti spettatori, per me è stato devastante. Spero sinceramente che sia una sorta di denuncia la sua e che il volto del Cristo, l'invocazione al figlio di dio, il riferimento al pastore etc. siano davvero funzionali all'opera e non una pura operazione di marketing.
Certa, come lo sono sempre stata, che l'arte, come l'espressione e, più in generale, l'umanità, debba essere libera, la saluto con rispetto
paola vallatta
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