lunedì 25 marzo 2013

Impressionante espressionista

1° ottobre 2008

virginie, si sa, tutto è fuorché una critica d'arte: a dirla papale papale capisce un po' una mazza. però, sempre come si sa, ha i suoi gusti (suvvia, spazio all'imbecillità: e chi non ha i propri?) e, soprattutto, adora esprimere giudizi. e spargere magari qualche goccia di vetriolo. tanto che le frega? ha tre lettori o forse appena due.
altro difetto di virginie: ha la premessa lunga. allora saltiamo a pie' pari al dunque: virginie ha fatto una scoperta artistica. oddio, in germania già ce lo conoscevano il signore in questione: si chiama emil nolde ed è un qualcosa come tipo uno dei padri dell'espressionismo. però pare che in francia non sia molto famoso. o, almeno, non lo fosse. perché ora il grand palais gli ha consacrato una mostra che è uno sballo.
per spiegarvi: virginie è entrata e già si sarebbe portata a casa le cartoline: piccoli acquarelli incantevoli di montagne che si trasformano in uomini. in effetti quei quadretti hanno fatto la fortuna del signor hansen (che, più tardi, deciderà di chiamarsi nolde, prendendo il nome del suo paese natale): grazie al ricavo della vendita delle cartoline potrà abbandonare l'attività di professore e consacrarsi interamente alla pittura, per la sua e la nostra gioia (ho trovato solo una brutta riproduzione del Cervino che sorride. giuro che non rende affatto giustizia all'originale. per non parlare dell'incendiario sole dei tropici che vi infilo qua sotto: pallido e stanco, niente a che vedere con il quadro in olio e tela).
la seconda sala, poi, ha lasciato virginie ammutolita (e, vi assicuro, non è facile) per due ragioni: la bellissima luminosità del mare e del chiaro di luna dipinti e questa rivelazione ottica della miracolosa miscela di luce e pasta (nel senso di densità e materialità del colore) di questo straordinario signor nolde. che ritragga pittori, coppie, berlinesi o paesaggi tropicali (c'è di tutto, pure dei girasoli, tra i suoi soggetti, ma quelli virginie li ha apprezzati meno) il signor nolde ti ammazza di colori. e di piacere. che bello!

Emil Nolde (1867-1956)
25 settembre 2008-19 gennaio 2009
Galeries Nationales du Grand Palais
Paris
www.rmn.fr

martedì 19 marzo 2013

The Lee Miller Story

20 novembre 2008

Dio mio quanto si può essere ignoranti. Smorfiosa e saccente come sono avevo snobbato la mostra di Lee Miller al Jeu de Paume. Gli è che di questa bomba surrealista sapevo poco, che, spesso, è peggio di niente. Nel mio cervellino bacatello il nome Lee Miller era soprattutto legato a Vogue (giusto e al tempo stesso sbagliato, così fan tutte, no?). Dunque nel mio modesto immaginario di esperta in stronzate pensavo a foto di moda, genere che, a dispetto della mia frivolezza, raramente mi si confà. Vagamente ricordavo che era stata amante di Man Ray, ma essere compagna di partite a gambe all'aria non sempre è una garanzia (qualsiasi riferimento a un ministro italiano in carica di bell'aspetto e cervello wanted non è affatto casuale).
E vabbè, ça va sans dire, mi sbagliavo. Farei prima a raccontare cosa non mi ha folgorato, anche perché credo si tratterebbe di insieme vuoto. Per il resto che raccontare? Lee Miller era di una bellezza assoluta, il che non dovrebbe contare, forse, ma non guasta pressoché mai. Ed è, comunque, la prima cosa che mi ha fulminato, proprio all'ingresso dell'expo, introdotta da un film di Jean Cocteau del 1930 Il sangue del poeta: meno di cinque minuti che vedono una dea Miller perfetta. Poi c'è qualche foto di Man Ray, qualche altro ritratto della allora signorina e, appena dopo, cominciano le foto della Miller. Tralascio quelle di moda (bellissimissime e superpensate, niente a che vedere con la media di vaccatelle che riempiono i nostri giornali) solo per pigrizia. E perché posso solo cominciare non certo finire di scrivere di Lee Miller. Che siano ritratti (Charlie Chaplin così bello e con quelle scintille negli occhi non lo avevo mai visto, né, a quanto pare, l'aveva mai visto l'amica fotografa che mi accompagnava), immagini d'Egitto (un feeling assoluto, basti la meraviglia che vi mostro) o di guerra (una corrispondente fotoreporter che l'Oriana fa ridere al confronto), le foto di questa donna cui niente e nessuno sapeva, evidentemente, resistere, contengono già tutto. A vedere come la signora fotografava negli Anni 30 (e 40 e 50) non ho potuto fare a meno di constatare quanta gente bari: di innovatori che non hanno inventato proprio nulla son pieni i giornali. E, a proposito, avrei un suggerimento anche per la grafica: torniamo al Vogue Anni 40, per cominciare.


(la foto: Ritratto dello spazio, Lee Miller, Egitto, 1937)

domenica 17 marzo 2013

Il mondo secondo Warhol (e Warhol secondo virginie)

18 marzo 2009

"Tutti i miei ritratti devono avere lo stesso formato perché possano stare tutti insieme e finiscano per formare un solo grande quadro intitolato Ritratto della società (Ritratti dice l'inglese, diversamente dal francese, ma a me sembra abbia più senso così, n.d.v.). Buona idea, no? Magari un giorno il Metropolitan Museum vorrà comprarla". Mi ero coscienziosamente appuntata questa frase e, voilà, mi siedo al computer e scopro che è stato lavoro inutile: è esattamente la frase che hanno scelto per chiudere il comunicato stampa. Delle due l'una: o virginie si sta trasformando in un'esperta di comunicazione o il livello della comunicazione è sceso molto in basso.
Comunque, il tema è difficilissimo: il gran sacerdote dell'arte contemporanea, quello su cui nessuno discute, quello che tutti citano senza sapere perché, quello che i capelli bianchi sono diventati una figata per tutti dopo di lui, Andy Warhol. Che a me, fino a ieri, mica mi diceva poi tanto. Non osavo confessarlo, ma concetti a parte, insomma. Campbell e Mao a ripetizione, boh. Sì, vabbè, capisco il concetto (o almeno fingo. Ma no, ma no, è un concetto semplice, lo capisce pure virginie), però riboh. Poi ieri, folgorata sulla via del Grand Palais: ma è fighissimo, Warhol. Ma proprio fighissimissimo. Almeno per virginie.
A essere sincera, non succede per tutti i ritratti. Per esempio, nulla accade all'immagine, perfetta in sé, della bellissima Stephanie Mayer (che non so chi sia ma non è il punto), però, che dire dell'allure di mistero e dello sguardo inquietante che i colori di Warhol fanno scaturire dal volto modiglianesco di Marella Agnelli? Una rivelazione. E i malcapitati coniugi LeFrack? Uccisi dall'ironia dei colori pastello, dalle labbra carminio, dallo sguardo vitreo e dall'atteggiamento da generale sovietico disegnato per lui, non compreranno il quadro commissionato a Warhol. E applausi anche per l'allestimento: il Lenin esposto (forse quello della foto, forse no), meno noto dei Mao (che anche in questo caso sono tantissimi) sta a pochi quadri dalla splendida Carolina di Monaco. Ma quant'è bravo Warhol a raccontarci quant'è strano il mondo?

Il grande mondo di Andy Warhol
18 marzo - 13 luglio 2009
Galeries nationales
Grand Palais
Paris, France

giovedì 14 marzo 2013

"A egregie cose...


...il forte animo accendono l'urne de' forti, o Pindemonte". Ne so un bel pezzetto ancora a memoria dei Sepolcri. E son contenta. Anche se non sono una fanatica di tombe, cimiteri etc. Non vado mai neanche sulle tombe dei miei morti, per dire. Qualche volta, però, qualche omaggio l'ho reso. Chissà perché.

Per esempio la prima volta che sono andata al Père Lachaise. Bellissimo. Un bellissimo cimitero e un gran bel parco (anche se, almeno nei miei ricordi, il cimitero di Genova, Staglieno, è incomparabilmente più bello). Ho fatto il giro del trionfo della banalità: Jim Morrison, prima, Oscar Wilde, poi. Infine ho seguito la cartina e ho proseguito per tombe di vicino illustre in vicino illustre. E mi sono imbattuta, del tutto casualmente, in Proust.
Lì, su quel sepolcro spoglio, sono stata invasa da una profonda tristezza: a Morrison si dedica di tutto, c'è chi lascia canne già arrotolate accanto al buco che fu la sua tomba (costui si conquista così la gratitudine eterna del visitatore che segue, in genere); per Wilde è un trionfo di fiori e liriche; per Proust nulla. Non che sia una fanatica della "Recherche", della quale, del resto, ho letto solo alcuni pezzi, però non m'ero accorta che, in fondo, nessuno amasse Proust.

Sono andata a comprare una rosa rossa e l'ho posata sul marmo vuoto (e neppure troppo lucido, a dirla tutta). Così, forse in memoria dei "Sepolcri".

martedì 12 marzo 2013

All that jazz

19 marzo 2009 - ovvero quasi quattro anni fa. Messaggi da un'altra vita

Se rinasco voglio essere Joséphine Baker. No, ma guardatela, una bomba, un portento della natura, un'esplosione di gioia e denti, di paillettes e tette al vento, di gambe zampettanti al ritmo di una musica che sballa e imballa. L'unico neo è che mi toccherebbe essere nata nel 1906 e morta da oltre trent'anni. E non so se funzioni. Comunque in virginie baker mi reincarnerei benissimo, lo sento.
Con qualche manifesto rosso, bianco e nero, qualche quadro di Paul Colin (nella foto: La revue nègre: Joséphine Baker), qualche disegno umoristico di Miguel Corraburias (none, il nome non è quello ma l'ho appena cancellato ed è ormai perduto per sempre, visto che Google non mi aiuta e la stupida cartella stampa nemmanco. Al "per sempre" levate un po' di quel melodramma cui spesso virginie indulge e ci siamo. Un rossetto premio a chi trova per me il nome del signore, comunque) introducono nel Secolo del jazz.
C'è la musica (ma va'?), ci sono le copertine di dischi, ci sono quadri, disegni, foto, acquarelli, film, cartoni animati eccetera eccetera eccetera. Le straordinarie foto musicali di Giuseppe Pino, due Basquiat da urlo (Jazz e Black, molto simili), Le Grand Jazz di Roberto Matta e il Boogie Woogie di Renato Guttuso, Jazz di Matisse e il manifesto disegnato per il Festival di Montreux da Keith Haring.
A dire il vero voi italiani tutto questo dovreste averlo già visto, nei mesi scorsi, al Mart di Trento (la mia amica inseguitrice di mostre me ne ha parlato già da tempo), ma virginie l'ha assaporato lunedì, camminando con un sorriso beato, seguendo le note e l'ispirazione, saltando da Harlem a Parigi e dal 1915 al 2002. virginie, si sa, was born to be a princesse, ma, insomma, anche Joséphine Baker ha il suo perché.

Le Siècle du Jazz
Musée du quai Branly
www.quaibranly.fr
16 marzo-28 giugno 2009

lunedì 11 marzo 2013

Non sempre l'erba del vicino è più verde. Dipende dal Prato

24 marzo 2009

E se vi stupissi con effetti speciali? Già si sa che vi aspettate un Rothko, un Pollock, un LaChapelle. virginie però sarà pure una finta bionda ma, a modo squisitamente suo, ama il bello in tutte le sue forme. Ecco perciò che stamane, camuffata sotto un foulard e dietro le immancabili lenti scure (beh, non esagerate, suvvia, anche virginie ha una reputazione d'oca da difendere) si è surrettiziamente introdotta al Musée de Luxembourg alla scoperta di Filippo e Filippino Lippi. Oddio del secondo non che ci sia granché: due, dico due, dipinti ma già questa è una notizia, visto che uno non è mai stato esposto sinora fuori dal Palazzo Comunale di Prato e il secondo è la prima volta che se ne esce di Toscana.
Comunque, il tema vero della mostra è il Rinascimento a Prato. E il bello è che come virginie e il suo splendido accompagnatore varcano la soglia d'ingresso si sentono subito a casa: ovvio, niente fa Italia come il Rinascimento. Gonfio il petto come se quel Donatello che mi sorprende a due metri dall'entrata l'avessi dipinto io. Maremma maiala, questa è arte: i rossi, gli ori e i blu. I volti di Madonna e i bambin gesù, le pale d'altare e i polittici, i trittici, i dipinti su legno, i Cristi in croce (compreso un Botticellino, messo lì per gradire), accidenti quanto sa di buono casa.
Non siamo gli unici a pensare che quanto abbiamo davanti sia pura meraviglia: Charlotte Rampling si sofferma incantata davanti alla Madonna in trono fra angeli e i santi Michele, Bartolomeo e Alberto da Trapani di Filippo Lippi. E virginie constata che una diva con la tinta da rifare e vista di mattina assomiglia a una qualsiasi altra signora e passa tranquillamente inosservata. L'accompagnatore di virginie, sobrio quanto la sottoscritta, la boccia senza rimedio con un epiteto tale che non è il caso di ripetere. L'uomo, più inclemente della sciacquetta, sembra non voler perdonare alla star le sue nuove labbra.
Di eresia in eresia, virginie commenta che i volti dipinti da Filippino Lippi nella Madonna col bambino in trono e i santi Stefano e Giovanni Battista ricordano quelli che dipingerà più tardi El Greco. Ma forse per oggi di cazzate se ne è scritte abbastanza.
Filippo et Filippino Lippi
La Renaissance à Prato
Musée du Luxembourg
25 marzo - 2 agosto 2009


(nell'immagina La Madonna della cintola di Filippo Lippi)

Post della serie "Operazione recupero", da un vecchio blog che tra poco sparirà.

venerdì 8 marzo 2013

Occasioni perdute



Mi manca Parigi. Sarà perché piove. E a Parigi piove tanto. Spesso. A volte sempre.
Un flash mi richiama dietro gli occhi un episodio di tanti, tantissimi anni fa. Più di 20 di sicuro.
Ero a Parigi per una settimana di vacanza. Da sola. Vicino al Beaubourg. Quel giorno, come oggi, pioveva e mi rifugiai in un caffè. Qualche minuto dopo sul banco accanto a me si sedette un bel ragazzo. Nero e con le cuffie. Forse lo guardai, non so. Fatto sta che si tolse le cuffie, le mise a me e mi disse: "Guarda fuori" e mi lasciò ad ascoltare Miles Davis per un po'. "Non sembra un film?" aggiunse, poi. Annuii. E sorrisi.
Mi fece scivolare un biglietto da visita in mano, riprese le cuffie e uscì.
Lessi "fotografo", pensai "Lo chiamo". Invece, non so perché, non l'ho chiamato mai.


Foto © Jean Moral, Harper's Bazaar - Paris, 1939
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