lunedì 16 novembre 2015

Non mi trasformerò in uno zombie, giuro


Il difficile è cominciare: ho la testa così piena di cose da dire che non so quale sia il capo del filo. E sì che sarebbe il mio mestiere raccontare i fatti. C'è anche che non ho voglia di raccontare fatti, ho solo un impellente bisogno di scrivere. Per me. Per mettere ordine tra pensieri, sentimenti, rabbie. Per elaborare il lutto. Perché è un lutto. Proprio un lutto per me. Un lutto pesante.
A questo proposito ho uno scoop (cioè, di suo, sarebbe un'ovvietà disarmante, ma, visto quanto ho letto in questi ultimi tre giorni after, ho il sospetto che sia uno scoop): i morti non sono tutti uguali. È brutto, sì, certo, è brutto, ma è così. I miei morti sono diversi dai morti altrui. Lo sappiamo tutti: la morte di un familiare, un amico, una persona cara non è uguale alla morte di un passante. Appunto, banalità assoluta, che mi sono vergognata a scrivere, del resto. Così, i morti di Parigi, la mia città, sono i miei morti e no, non sono uguali alle altre vittime di tutte le guerre del mondo. Vale perché sono parigina, ma vale anche per gli italiani: anche per gli italiani questi morti sono vicini, più vicini dei morti delle guerre in corso nel mondo. Hanno colpito me, mia sorella, mio marito, mio cognato, i miei amici e conoscenti, persone identiche a me, che vivono nello stesso quartiere, frequentano gli stessi locali, fanno la stessa vita. "Restiamo umani" ho letto cento volte in questi giorni, citazione da Vittorio Arrigoni, Vik, morto in Palestina, che così concludeva i suoi pezzi. Sul Manifesto e altrove. Ecco, prendiamo Vik come esempio: è stato un morto come gli altri?
Tra i miei morti, proprio miei, c'è papà. E poi, purtroppo, diversi amici. Due, una giornalista e un fotografo, uccisi mentre lavoravano. In zona di guerra la prima, in zona di guerriglia il secondo. In Afghanistan e a Bangkok, ai tempi degli scontri tra camicie rosse ed esercito. Ricordo l'attimo in cui l'ho saputo.
Reagisco sempre in modo eccessivo alle morti. Quando mia madre mi svegliò per dirmi che era morto papà le chiusi il telefono in faccia. Senza una parola. Per fortuna avevo accanto il mio uomo. E fu lui a dirmi di richiamare e a farmi uscire dall'autismo. Perché la prima reazione è quella: mi muro in me stessa.
Poi, solo poi, cede il fisico. Arrivano le lacrime, certo. Ma la cosa strana che succede a me è che mi mollano le ginocchia. Proprio cedono.
Ero seduta quando ho saputo della Cutuli (la chiamavamo sempre per cognome, non c'è ragione che ora cominci a chiamarla Maria Grazia, credo) perché l'ho saputo dalla rete, dunque non sono caduta. Ed ero seduta anche quando ho saputo di Fabio, il fotografo, perché l'ho saputo da Facebook. Ma le ho sentite le ginocchia, in entrambi i casi. O, meglio, non le ho sentite più.
Ecco, non le sento neanche ora. Ho veramente le ginocchia molli. E sì che sono un donnone. Con relative ginocchione.
Funziona così anche quando non me l'aspetto. Come stamane, quando sono andata a dare lezioni di italiano. Sono passata da rue de la Fontaine-au-Roi e sono passata da place de la République. Sono passata, mi sono fermata, ho pianto appena e via al lavoro. Poi, al rientro, niente, 'ste cazzo di ginocchia molli. Ci avrò messo tre quarti d'ora a rientrare. Contro i soliti 25 minuti.
***
Ed eccola place de la République.  Mi sarebbe piaciuto mettere una foto di place de la République stamattina, ma la foto non l'ho fatta. Non ho tanta voglia di scattare foto e poi postarle. Va così.
Dunque provo a raccontarla. Ci sono cinque sick con cinque turbanti di colori diversi e cinque mazzi di fiori in mano. Uno ciascuno. Si avviano verso il centro della piazza, a deporre i fiori sotto Marianna, dove già ci sono decine, forse centinaia di fiori. E lumini spenti e biglietti. E non so che altro perché attorno a Marianna c'è anche tanta, tantissima gente. Qualcuno prega, qualcuno piange. Pochi parlano.
Tra quei pochi le persone intervistate. Perché c'è un'altra cosa strana in place de la République stamane: un numero strabiliante di camioncini delle Tv, con relative parabole, cameramen, giornalisti, microfoni. Alcuni tendono quasi a caso il microfono nella speranza che ci sia chi ha voglia di parlare. Qualcuno c'è, comunque, che accetta di parlare. Non io, io so solo spalancare gli occhi: sono certa di non avere mai visto un simile spiegamento di forze televisive in place de la République.
(continua)

nota: la foto l'ho presa qui

(P.S. ne ho scritto anche qui, qui e qui, a pagina 7

sabato 28 febbraio 2015

Paris-Babel: andata semplice






Tanto, tanto tempo fa raccontavo della mia trasformazione in una perfetta parigina: incapace ormai di interpretare persino una parola, quando suoni meno francese della media.

Poi ho incontrato lei. Stava seduta dietro la cassa del Monoprix. Non giovane, ma bella. Di origine indefinibile.  Mi guarda mentre conto le banconote: "dieci, venti, quaranta...". "Scusi - mi dice - che lingua è? Belga?". "Belga?" penso io, ma mi trattengo e rispondo: "No, italiano". "Ah, allora anch'io conterò nella mia lingua". E subito parte con un nan-on-khan o qualcosa così di cui non capisco - e non ricordo - nulla. "È vietnamita" mi informa. "Sono metà vietnamita e metà antillana". Sorrido, dico qualche banalità del tipo "ho sentito dire che si conta sempre nella propria lingua madre",  intanto penso che un antillano e una vietnamita 60 anni fa si sono incontrati solo perché tanto il Vietnam che parte delle Antille son state colonie francesi (oddio, Martinica e Guadalupa son francesi tuttora) e poi mi richiedo: "belga? conto in belga?".

Ma non basta. Ieri ho incontrato il polacco fiducioso. Il polacco fiducioso forse non è neppure polacco, non lo saprò mai, suppongo.

Mia sorella e io siamo sedute al tavolino di un bar. All'aria aperta. Un bel bar, il Jane Café, caso mai passaste da rue Saint-Maur, a Parigi. Ciascuna di noi ha davanti una birra. Parliamo fitto, proprio come tra sorelle, e in italiano.
Un tale si ferma e, sorridendo e guardandomi negli occhi, mi fa una lunga tirata in una lingua a me ignota. Per una ragione che ora non comprendo più, mia sorella e io decidiamo che il signore in questione è polacco. E, con la logica che mi contraddistingue in questi casi, gli rispondo in italiano: "Mi scusi, ma non siamo polacche noi, siamo italiane". Lui continua come se avessi replicato precisamente al suo discorso, argomenta, ride, ci interpella con il mento. Così continuo pure io: "La ringrazio, ma, sa, non capiamo nulla di quel che dice". Poi commentiamo tra noi "ma che dirà 'sto polacco? Forse vuole che gli offriamo una birra? O forse non è polacco. Magari è russo". Il tizio riparte con un discorso ancora più lungo nel corso del quale a noi sembra di afferrare "...Polakia... Russia... politika" (la k è di rigore: lui è polacco). Mia sorella un po' si secca, gli dice, sempre in italiano, che è il caso che ci lasci chiacchierare in pace. Lui sorride, riargomenta, poi mi batte la mano sulla spalla, dice "da, da" e se ne va felice. Almeno sembra.


Nota: l'illustrazione l'ho presa qui
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