sabato 28 febbraio 2015

Paris-Babel: andata semplice






Tanto, tanto tempo fa raccontavo della mia trasformazione in una perfetta parigina: incapace ormai di interpretare persino una parola, quando suoni meno francese della media.

Poi ho incontrato lei. Stava seduta dietro la cassa del Monoprix. Non giovane, ma bella. Di origine indefinibile.  Mi guarda mentre conto le banconote: "dieci, venti, quaranta...". "Scusi - mi dice - che lingua è? Belga?". "Belga?" penso io, ma mi trattengo e rispondo: "No, italiano". "Ah, allora anch'io conterò nella mia lingua". E subito parte con un nan-on-khan o qualcosa così di cui non capisco - e non ricordo - nulla. "È vietnamita" mi informa. "Sono metà vietnamita e metà antillana". Sorrido, dico qualche banalità del tipo "ho sentito dire che si conta sempre nella propria lingua madre",  intanto penso che un antillano e una vietnamita 60 anni fa si sono incontrati solo perché tanto il Vietnam che parte delle Antille son state colonie francesi (oddio, Martinica e Guadalupa son francesi tuttora) e poi mi richiedo: "belga? conto in belga?".

Ma non basta. Ieri ho incontrato il polacco fiducioso. Il polacco fiducioso forse non è neppure polacco, non lo saprò mai, suppongo.

Mia sorella e io siamo sedute al tavolino di un bar. All'aria aperta. Un bel bar, il Jane Café, caso mai passaste da rue Saint-Maur, a Parigi. Ciascuna di noi ha davanti una birra. Parliamo fitto, proprio come tra sorelle, e in italiano.
Un tale si ferma e, sorridendo e guardandomi negli occhi, mi fa una lunga tirata in una lingua a me ignota. Per una ragione che ora non comprendo più, mia sorella e io decidiamo che il signore in questione è polacco. E, con la logica che mi contraddistingue in questi casi, gli rispondo in italiano: "Mi scusi, ma non siamo polacche noi, siamo italiane". Lui continua come se avessi replicato precisamente al suo discorso, argomenta, ride, ci interpella con il mento. Così continuo pure io: "La ringrazio, ma, sa, non capiamo nulla di quel che dice". Poi commentiamo tra noi "ma che dirà 'sto polacco? Forse vuole che gli offriamo una birra? O forse non è polacco. Magari è russo". Il tizio riparte con un discorso ancora più lungo nel corso del quale a noi sembra di afferrare "...Polakia... Russia... politika" (la k è di rigore: lui è polacco). Mia sorella un po' si secca, gli dice, sempre in italiano, che è il caso che ci lasci chiacchierare in pace. Lui sorride, riargomenta, poi mi batte la mano sulla spalla, dice "da, da" e se ne va felice. Almeno sembra.


Nota: l'illustrazione l'ho presa qui

2 commenti:

  1. Eé vero si conta sempre o quasi nella propria lingua, io lo faccio in genovese....e se mi capita di non farlo mentalmente gli "altri" connazionali mi dicono...ma conti in "francese? come sei "integrato."....allora sorrido...babele, babeli....ma anche no....frontiere non frontiere....:) buona serata Vallatta :)

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  2. :) buona serata anche a te, Stefano

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